Carne, birra e deserto

Posted in Fotografia, Viaggio on febbraio 24th, 2011 by texo

Comincio ad avere un prepotente bisogno di assaporare una gustosa bistecca al sangue con una bella caraffa di birra gelata da qualche parte nel sudovest americano. Sto immaginando di guidare per ore lungo le strade desolate nel deserto, mi vedo nell’ultimo pomeriggio a guidare nella solitudine della natura, sporco di sabbia rossa, con beef jerky a portata di mano, in attesa di trovare una tavola calda in cui mangiare una sontuosa t-bone steak e un motel in cui franare. L’auto tutta sporca, con le mappe stradali tutte stropicciate e strappate, sigarette per terra e tabacco sui sedili, bottiglie d’acqua vecchie di una settimana tutte gonfie, i bicchieri del caffé vuoti con il coperchio in plastica, un cesto di birra bollente nel baule, qualche strana micro-brewery dal nome evocatore. Tante foto scattate, sassi raccolti, impolverati e incrostati, legni secchi, contorti e colonne sonore meravigliose.

Adesso stappo una Sam Adams. Ne ho bisogno come di una medicina. Bottiglia bellissima, famigliare, fa parte delle mia memoria e della mia storia ormai.

Voglio vedere le lucertole e i serpenti, gli strani e inquietanti buchi nella terra secca del deserto, le gallerie sotterranee scavate dai cani della prateria, i piccoli cespugli secchissimi tutti gialli che se però ti avvicini rivelano del verde delicatissimo e sorprendente.

Sassi, colori, tracce di animali. Lattine schiacciate, vecchissime sul ciglio della strada, e cocci di vetro marroni e verdi, fondi di bottiglia. Rifiuti, ferri vecchi e arrugginitissimi, cinquecento anni di ruggine, assi di legno con chiodi arrugginiti piantati disordinatamente, stoffe vecchie sbiadite, strappate e plastiche spaccate, catapecchie di legno distrutte, legno vecchissimo, secchissimo e durissimo. Copertoni lacerati a brandelli sulla strada. Animali schiacciati incrostati sull’asfalto, consumati e prosciugati, saguari, chollas, aria caldissima, cielo azzurro e polvere che si alza mentre la calpesto con la testa che pulsa, la fronte imperlata di sudore, i capelli bagnati, il collo che brucia, tutto abbracciato dalla calura e dal silenzio.

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Modulo Lunare

Posted in Deserto, Panorama on dicembre 9th, 2009 by texosa

Oggi pubblico una panoramica scattata in Utah, attraversando un paesaggio abbastanza lunare durante un pomeriggio post-apocalittico a base di beef jerky, ballate esistenzialiste e dense nubi scure in cielo. Un classico pomeriggio di viaggio senza meta precisa all’insegna dell’esplorazione desertica. Ogni angolo di deserto percorso mi intriga. Ci giro dentro, sto fermo a scavare il silenzio con le orecchie,  sentendomi come l’ultimo uomo sulla terra.

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Rock Novak

Posted in California, Viaggio on agosto 5th, 2009 by texo

Ieri sono infine uscito dal deserto. In mattinata ho fatto tappa a Beatty per fare il pieno al mio cavallo di ferro. Beve tantissimo in questi giorni. Sarà il caldo. Subito dopo mi é sembrato doveroso fare una breve sosta a Rhyolite. Le immagini di questa ghost town sono il motivo per cui sono partito per gli USA nel 2007. Ricordo ancora perfettamente un email spedito in cui scrivevo “Io devo andare a Rhyolite”. Ebbene, adesso, in questo preciso istante sono a Rhyolite. Di nuovo. Me la sto guardando. I suoi ruderi si addicono alla fotografia panoramica. Oggi la temperatura é assai più sopportabile. C’é qualche nuvola che vela il cielo e abbiamo otto/dieci gradi in meno da sopportare. Dopo Rhyolite una breve tappa a Furnace Creek giusto per mandar giù una Sam gelata prima di ripartire per una meta non ancora precisa. Sono al bar del Furnace Creek Ranch e sto godendomi la Sam come non ho quasi mai fatto in tutta la mia vita. Ci sono veramente pochissime birre che detengono il primato nella mia vita e questa é una di quelle. Decido che per ritrovare la costa del Pacifico uscirò dalla Death Valley seguendo una nuova strada mai percorsa in precendenza. Faccio rotta verso la Panamint Valley in direzione di Trona. Il primo tratto é quello che porta in direzione del Wild Rose Canyon, visitato qualche anno prima, poi invece ci si immerge in questa enorme valle quasi disabitata con la classica strada dritta e lunghissima che la attraversa. Ad un certo punto leggo “Ballarat Ghost Town”. Una strada in terra battuta devia a sinistra e io chiaramente non resisto e mi ci butto dentro. Procedo a 40 miglia orarie. Le ruote ballano e di dietro sollevo un magnifico polverone ascoltando Marc Johnson accompagnato dalle chitarre leggere e atmosferiche di Bill Frisell e Pat Metheny.

Dopo una decina di minuti di polvere arrivo in quello che sembra un accampamento post atomico tratto da Mad Max. Alcuni Trailer e qualche RV sono parcheggiati non lontano. Un cartello mi consiglia di fermarmi, uscire ed esplorare piuttosto che stare fermo in auto.

rock-kovac
Da una casupola vedo uscire un uomo dall’aspetto perfettamente “Deliverance”, oppure “The Hills Have Eyes” Mi avvicino. How are you? I’m fine, how are you today, sir. Gli rispondo.
Good, oggi si sta un po’ meglio di ieri. Come on in, I have cool sodas. Mi fa entrare in una specie di autorimessa tutta piena di baracche e roba rotta. Un cane sta boccheggiando su una poltrona tutta sgualcita. Un poster di una tettona é appeso proprio sopra al frigo. Lui lo apre e ci sono 2 bottigliette d’acqua e 500 lattine di Bud. What about a beer? Gli chiedo. Allright. Mi stappo questa Bud nella calura mentre lui mi indica un pickup tutto arrugginito proprio davanti a noi. That’s Charles Manson pick-up right there. There’s the cemetary. Quell’edificio la in fondo é la prigione. Isn’t that funny? E quello era il motel. Troverai la scritta No Vacancy abbastanza ironica, Mi dice. Capisco che nonostante l’aspetto totalmente inquietante, Rock Novak, questo é il suo nome, é pure dotato di un buon senso dello humor.

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Mi spiega che i trailer che vedo vicino al cimitero sono degli operai che lavorano alla miniera d’oro ancora in funzione a Pleasant Canyon. Si tratta di lavoratori che vengono da Isabella, da Trona e tornano a casa solo per il weekend. Una miniera d’oro ancora in funzione! Fantastico! Ci lavorano circa sessanta persone 24 ore su 24. La sera tornano a Ballarat nei loro trailers fermandosi da Novak per una Bud. Rock mi dice pure che é pieno di gente stupida che viene nel deserto totalmente sprovveduta, va a farsi dei giri credendo di essere seduta davati alla propria televisione nel salotto di casa e poi ci lascia le penne in una qualche gola nascosta della Panamint Valley. Gli dico che anche io sono spesso sorpreso dalla stupidità della gente che in luoghi così severi fa cose che i locali non farebbero mai. Rock mi corregge subito. Qui é pieno di gente stupida come ovunque, che fa cose che poi paga a caro prezzo. Siamo tutti uguali, Da qualsiasi parte veniamo. Siamo tutti stupidi.

Devo dire che sto Novak mi convince sempre di più. Gli chiedo se posso fare una fotografia nella sua rimessa. Oh, no problem. Go for it. Take all the pictures you want. Dopodiché lo saluto vado a scattare ancora qualche foto ai ruderi di Ballarat e poi parto in direzione della costa.

Salgo seguendo la 178 West verso il Giant Sequoia National Monument che però non riesco a visitare. Si sta facendo sera e devo assolutamente raggiungere un posto per dormire in tempo utile. Comincio dunque a ridiscendere dall’altro versante della Sierra. Il sole che é rimasto nascosto dietro a delle alte nubi per tutto il pomeriggio si fa finalmente vedere e comincia dunque un meraviglioso spettacolo lungo le colline di erba gialla della California. Cerco di andare abbastanza spedito per non perdermi un tramonto mozzafiato da immortalare con una delle mie panoramiche. Incontro mucche, scoiattoli e cervi lungo la strada poi ad un certo punto, passata una curva, venti metri davanti a me vedo uno strano animale accovacciato in mezzo alla strada. Sarà un altro roadkill? No, non può essere sta proprio accovacciato. Mi semmbra un gatto dalla posizione, ma no, non può essere. Le proporzioni non tornano. E’ troppo lontano e troppo grande. Ho il riflesso nel retro del mio cervelletto bituminoso di prendere la macchina fotografica ma inconsapevolmente non fermo l’auto che continua a muoversi lentamente. L’animale che non mi cagava neanche di striscio perché probabilmente completamente assorto nella contemplazione di una possibile preda si accorge infine della mia presenza, si alza, si gira e scappa nella boscaglia. Si trattava di una magnifica lince alta una quarantina di centimentri per ottanta di lunghezza. E’ la prima volta che ne vedo una nella mia vita stronza. Sono felicissimo di averla nella mia memoria. Riparto alla caccia del tramonto. L’aria ha un odore magnifico, di agricoltura, di terra lavorata, di letame, di campi che trasudano. Mi ricorda tanto l’odore del Kibbutz Revivim in Israele. Fantastico.

Arrivo alle 9 di sera a Porterville. Non so esattamente dove sia ma adesso ho veramente bisogno di fermarmi, bere una birra mangiare e dormire.

Oggi alle 20 e 15 ho finalmente terminato la mia rincorsa al sole. L’ho visto gettarsi da qualche parte lontano nel Pacifico. Io stavo tra gli scogli un po’ prima di Carmel. L’epilogo perfetto di un’altra giornata magnifica. In mattinata ho attraversato la California rurale, quella dei campi coltivati, dei messicani clandestini.

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Adesso sono seduto all’Old Fisherman Grotto e qua al tavolo di fianco al mio stanno parlando di Belli, Montecarasso e Biasca. Madonna che rottura di palle. Rimpiango quasi i francesi. Ah, dimenticavo, mi trovo a Monterey e oggi sono arrivato ascoltando quasi esclusivamente CSN e Jefferson Airplane. Che emozione questa strada! La 1 intendo. Percorrerla é in effetti come riascoltare un magnifico disco; Conosco già la musica ma é sempre un gran piacere che mi rigusto volentieri. Sono arrivato sulla 1 a Cambria, poco dopo Morro Bay. Che strada fantastica.

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Me la sono proprio goduta. Ogni tornante, ogni punto panoramico. Adesso sto mangiando uno spada all hawaiiana. Non so di preciso quale sia il valore aggiunto hawaiiano se non che probabilmente alle Hawaii hanno i broccoli e le carote come da noi e come appetizer un insalata di polpa di granchio. Ottimo comunque, il tutto accompagnato da due ottimi bicchieri di Pinot Grigio. Ah che figata! Tutto ottimo questa sera qui a Monterey.

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23 miles of perfection

Posted in California, Deserto, Viaggio on agosto 3rd, 2009 by texo

Bene, adesso non vorrei apparire coglione qui al bar del TI mentre scrivo e mi ciuccio un buon Booker’s. Questo pomeriggio mi sono letteralmente massacrato a fare su e giù per Las Vegas Boulevard.

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Adesso ho le gambe distrutte, ho già buttato nel cesso 40$ in un attimo ma ho mangiato da re al Buffet dell’Harras. Adesso cerco di perdere altri 60$ poi mi fermo. Oggi sono ancora riuscito a percorrere l’ennesimo tratto di 66 da Kingman fino a Oatman. Il caldo nel frattempo si é fatto notevole: 116 F, che non so quanto sia, ma qui nel deserto paiono un fottio di gradi allucinanti.

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Prima di arrivare a Oatman mi sono fermato ad una piccola e isolata pompa di benzina. Anche qui come mi era già capitato in passato mi sono trovato confrontato con il proprietario assai diffidente: Where are you from? Germany? No, Switzerland Dev’essere costosa l’attrezzatura che ti porti dietro, perché sei qui? Mah, prima di tutto volevo comperare qualcosa da mangiare poi se non ci sono problemi avrei l’intenzione di scattare una fotografia qui fuori. Perché vuoi scattare una foto? Perché mi piace il posto. Poi ha cominciato a spiegarmi che l’edificio é registrato nel patrimonio nazionale e che non ha nessun problema a fare scattare foto e quant’altro a patto che non si vendano o che perlomento gli si chieda il permesso. Qualche tempo addietro aveva avuto una brutta esperienza con un tedesco che si era mostrato molto aggressivo nel momento in cui lui gli aveva fatto qualche domanda in merito all’utilizzo delle foto. Per cui da allora lui é diffidente e io aggiungerei un po’ paranoico. Un omone dall’aspetto e dall’atteggiamento simili a quelli di John Goodman in “The Big Lebowski”. La valle di lacrime, per intenderci.
Dopo averlo tranquillizzato sulle mie intenzioni si é calmato e ha cominciato a raccontarmi delle storie. Gli ho detto che oggi era veramente caldo e lui mi ha risposto Oh yea, hot as hell, actually I’ve been to hell. The devil took a bite of me and let go over. Sai, io sono morto una volta. Mi dice serio e poi mi fissa. Ah si? Rilancio io mentre cerco di capire se mi trovo davanti ad un pazzo scatenato oppure a qualcuno che ha una strana storia da raccontare. Mi trovavo in un campo a lavorare con dei macchinari per l’irrigazione (così mi pare di aver capito) che funzionano con nitrogeno e sono stato colpito in pieno petto da una spruzzata di gas a -200°. Ho smesso di respirare e dopo un po’ mi son visto da 100 metri d’altezza, Vedevo me a terra e mia moglie che cercava di soccorrermi. Poi sono riuscito a fare il primo respiro e sono ritornato a terra. Poi mi ha pure raccontato del roadrunner che viene a mangiargli dalla mano. L’unico uccello che non vola e mangia carne di prede che lui stesso uccide. Arriva fino a 70 miglia di velocità mi dice e uccide i serpenti a sonagli. Io non ho mai nemmeno capito se si tratti di un animale vero oppure solo di un disegno animato.

Intanto mi son fatto un’ottima Sam Adams per colazione.

E’ sempre speciale passare la notte nella Death Valley, solo che questa volta non mi trovo a Furnace Creek bensì a Stovepipe Wells. Lo stile é un po’ più spartano ma questo aggiunge più fascino al pernottamento. Questa volta il mio avvicinamento alla Death e avvenuto da est e in effetti é un’esperienza un po’ meno mistica, se mi é concesso, dell’arrivo da ovest. Di solito si comincia con la lunga discesa da Yosemite che ti immerge progressivamente in un ambiente sempre più desertico, poi c’é il passaggio attraverso Bishop dove di solito ci si ferma per un tardo pranzo e per una birra preparatoria. Poi si riparte e a Lone Pine si volta a sinistra. C’é l’impatto con quella che abbiamo ribattezzato Pre-Death (Panamint Valley, in verità). La prima volta che venimmo in USA pensammo che si trattasse della Valle della Morte vera e propria. Poi ci fu lo stupore quando cominciò la lunga discesa verso Stovepipe Wells e la Death Valley.

Questa volta niente di tutto ciò. Sono partito alle 9 e 30 da Las Vegas, ho fatto il pieno a Pahrump con grande rifornimento d’acqua (2 galloni e mezzo = 7 litri) e poi in un istante ero già nella Death.
Percui prima tappa pomeridiana al Dante’s view point su in alto (quasi 2000m d’altezza) Temperatura perfetta. La valle sta proprio sotto e io so che questo benessere é solo un’illusione. Comincio quindi a scendere fino a Furnace Creek e il termometro sale fino a 121 F e stare fuori dall’auto é un’impresa. Fantastico. Ho quasi paura che la mia attezzatura fotografica fonda. Supero Furnace e vado a depositare le mie cianfrusaglie a Stovepipe. Il pomeriggio lo dedico a Pete Aguereberry visitando e fotografando il suo accampamento e rivisitando il punto panoramico da lui scoperto.

Oggi sta per terminare il mio secondo giorno di esplorazioni qui nella valle della morte cominciato questa mattina alle 5 e 30 con una sveglia spontanea dettata anche da un brutto incubo che ho avuto. Strano perché il sogno stava andando alla grande: avevo conosciuto Bruce Springsteen. Vabbé, dicevo che mi sono svegliato presto percui ho deciso di assistere alla sorgere del sole questa volta sulle dune di sabbia che si trovano proprio qui vicino a Stovepipe Wells.

sand-dunes

Timing perfetto come al solito e un paio di panoramiche abbastanza pregevoli a mio avviso, poi ritorno a Stovepipe e colazione veloce, poi partenza in direzione di Beatty per fare il pieno all’auto. Riparto da Beatty e vedo la deviazione per Titus Canyon. L’ultima volta ci ero passato praticamente di notte e si era trattato di una discesa assai suggestiva. Adesso però ho voglia di farmela con la luce. Mi auguro solo che il mio Toyota sia veramente un 4×4 e non uno di quei Rav 2WD, ma c’é scritto 4WD perciò dovrei stare tranquillo. Comunque la spia 4WD sul cruscotto non si accende mai. Inoltre ieri l’auto ha cominciato a fare degli strani rumori e non é proprio il caso di immerdarsi lungo il tragitto che sto per percorrere. Diciamo che non é una strada battutissima.

verso-leadfield

Comincio a percorrerla e mi rendo presto conto che non ci saranno problemi. Dopo un ora arrivo alla ghost town di Leadfield e finalmente vedo le poche baracche rimaste ancora in piedi.

leadfield

Vado subito a scattare un po’ di foto. La temperatura e più che accettabile (36/37) e comincio così la lenta discesa lungo il Titus Canyon. Le pareti sono ancora più alte di come me le ero immaginate di notte. Dopo 2 ore e mezza complessive esco finalmente dal canyon e mi preparo per una nuova esplorazione. E’ già mezzogiorno e vado dunque a prendermi qualcosa da mangiare. Uscendo dal Canyon la temperatura si fa sempre più estrema e quando arrivo a Stovepipe siamo sui 48 °C.
48
Decido però di viaggiare con i finestrini abbassati e senza aria condizionata giusto per sperimentare la calura estrema. Dopo un po’ mi abituo e mi sembra di viaggiare in una sauna.

Questa sera sono andato a mangiare a Furnace Creek. La strada da Stovepipe a Furnace mi ha visto ritrovare la totale armonia. 23 miglia di perfezione fisica e mentale. Steve Earle col suo rispettoso omaggio a Townes Van Zant era la colonna sonora naturale. Il sole é già calato da un’ora e la luna é già alta in cielo. Ne avevo bisogno.
Questo pomeriggio mi sono massacrato per prendere qualche panoramica a Ubehebe Crater. Tirava un vento pazzesco con il sole che tritava il cervello. Nel tentativo di prendere una panoramica tra due crateri minori sono scivolato e mi sono sbucciato gomiti, ginocchia e mani come un dodicenne coglione. La pelle secchissima e impolverata poco si addice alla ghiaia lavica affilata e rovente di Ubehebe Crater. In un tutto grigio-chiaro-ocra il mio sangue ha veramente un che di artistico… Torno all’automobile dolorante e sanguinante e questa volta, fanculo, accendo l’aria condizionata e ritorno a Stovepipe.
Intanto qui alla Steakhouse di Furnace sono stato servito dallo stesso cameriere fröss dell’ultima volta. Indimenticabile! Gentilissimo e frocissimo. Il vino che sto bevendo mi fa venir voglia di rifare un passaggio in Napa ma comunque ho la borsa piena di Kentucky Bourbon. Questa sera dovrò dare un’occhiata al tracciato per arrivare a Frisco in tempo. La voglio fotografare in lungo e in largo e mi preparo agli acquisti rituali presso i negozi di musica a Haight Ashbury e altre stronzate varie. Frisco! Che stato d’animo questa città… San Francisco é la musica che ascolto: David Crosby, Jefferson Airplane, CSNY me la evocano immediatamente.

Ma porca trojjjaa quanti francesi ci sono in giro da queste parti. Vincono in numero su tutte le altre nazioni 10 a 1.

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Kingman

Posted in Deserto, Viaggio on luglio 31st, 2009 by texo

Ah, goduria! Finalmente sono arrivato in un posto in cui depositare tutta la merda che mi porto appresso e fermarmi per la notte. Oggi finalmente ho ripreso a percorrere la 66. Devo dire che é stato bello ritrovarla dopo alcuni giorni trascorsi ad inseguire il sole nascosto spesso dalle nuvole. Adesso non ci sono nè francesi, nè italiani, nè tedeschi. La strada non é più bella dritta, a quattro corsie. Ai lati della strada ci sono di nuovo pittoreschi ruderi e testimonianze di un passato laborioso.

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Sto mangiando messicano in un ristorante sulla 66 a Kingman, AZ, e bevo una cerveza Tecate, hecho en Mexico. Madonna pietrificata, come sposa bene questa birra con l’enchilada. E’ difficile descriverlo.

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E’ curioso  ma qui il cappello da cowboy deve essere proprio saldato al cranio della gente. Non se lo tolgono mai. Sono qua, tutti al ristorante e tutti col cappello in testa. Anche se devo dire che stamattina a Cameron ho visto uscire da un’auto una famiglia di africani veri, in abiti tradizionali (stile Mobutu, per intenderci) ma sia il padre che il figlio con un cappello da cowboy enorme e francamente ridicolo. Più un sombrero che un cowboy hat. Anzi più che altro un ombrellone da spiaggia. Ci si stava sotto almeno in quattro e tutti all’ombra.

I due camminavano un po’ ancheggiando sentendosi probabilmente degli strafighi, solo che la scena, più che Sentieri Selvaggi di John Ford, ricordava Mezzogiorno e Mezzo Di Fuoco di Mel Brooks. Una scena abbastanza ridicola  e anche un po’ penosa. Anche i Navajo dai loro pickup guardavano ridendo.

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Questa mattina ho visitato le incredibili gole dell’Antelope Canyon, vicino a Page. Strettissime e profonde una ventina di metri, sono state scavate dall’acqua e dal vento. Tutto levigato e sinuoso questo budello si allunga un paio di centinaia di metri con degli straordinari giochi di luce e colori. Uscito dall’Antelope Canyon mi sono diretto al Gran Canyon che non ho più visitato dal 2000.

Infine una notizia rubata da un giornale visto in un supermercato. Riguarda l’attrice che interpretò Wendy, la moglie di Jack in Shining:

Vivete anche voi la sua tragedia. Dice che degli alieni vivono nel suo corpo.

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Eternità

Posted in Deserto on luglio 29th, 2009 by texo

canyonlandsSono seduto al Grand View Point di Canyonlands da solo con una birra celebrativa in mano e sto facendo delle riflessioni sull’eternità. I canyon immensi giù in basso me lo impongono. Ma quanto tempo hanno impiegato il Greenriver e il Colorado per scavare queste gole? Mille anni sembrano tanti ma sono un milionesimo di secondo in confronto al tempo che ha visto mutare questi abissi. Dunque noi viviamo il tempo di un millesimo di secondo, quanto basta per far battere un’ala ad un moscerino della frutta. La nostra vita dura tanto, veramente un cazzo, e non percepiamo assolutamente niente  di questo tempo geologico. La nostra vita é come un’istantanea, é tutto fermo. Noi percepiamo tutto immobile. Ok, i moscerini sono ancora più sfigati.

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Questo tardo pomeriggio, passando attraverso il parco di Capitol Reef, ho incontrato dei cervi che non avevano nessun timore della presenza umana. Una specie di paradiso, insomma. Adesso sono stanco come un armadillo ingolfato e tra un momento vado a dormire. Mi trovo a Torrey in Utah

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Emo-Navajo

Posted in Deserto, Viaggio on luglio 28th, 2009 by texo

Ma porcaputtana, prima di arrivare a Moab c’é sempre da star fermi in strada. Mi ricordo che fu così anche nel ’96. Che memoria. Da queste parti fanno sempre strani lavori che necessitano la chiusura completa di una corsia di strada per nessun motivo apparente, poi per farci muovere é sempre assolutamente necessaria l’auto ammiraglia con il cartello “Follow Me” sennò la gente, chissà, andrebbe fuori strada, si lancerebbe giù in un precipizio. Mah…

Comunque questa mattina a Bluff ho visto da un benzinaio un Navajo Emo. Fantastico! Mi sono messo a ridere tantissimo. Bluff é veramente l’ultimo posto della terra in cui avrei pensato ad un a presenza Emo. Ecco, magari non ce li vedo neanche su una qualche sperduta isoletta polinesiana, oppure nell’africa nera.

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Oggi sono stato tutto solo nella Valle degli Dei, e io di solito scrivo sempre la parola dio in minuscolo, non so se ve ne siete mai accorti. 17 miglia di buche e polvere per godere del silenzio unico che si sperimenta nel deserto. Forse il sole fa stare tutto immobile. Gli animali sono tutti rintanati sottoterra o immobili tra i cespugli.lizard La mia pelle scotta. Le mie braccia luccicano di sudore e le mosche mi ronzano intorno come fossi merda prelibatissima. Girano dei micro-scoiattoli ogni tanto, non più lunghi di 10 centimetri, coda inclusa. Velocissimi. Si sentono solo i miei passi e gli scricchiolii del trepiede Manfrotto che oramai ho sempre in spalla ovunque vada. Questo pomeriggio sono entrato nel parco di Arches alle 5 pensando già che fossi in ritardo, invece come mi sta accadendo spesso in questi giorni ci azzecco alla grande.tramonto1 Infatti anche questa volta arrivo giusto in tempo per un tramonto spettacolare che mi lascia senza parole, anche un po’ ricoglionito addirittura. Per colpa del sole probabilmente…

arches

Adesso  é sera e sto vivendo un’esperienza di viaggio tipica: il rituale del bucato. Ho scovato proprio di fronte al ristorante in cui ho mangiato, una Laundry aperta 24h e adesso sto attendendo che i miei stracci asciughino nel dryer. Diverse famiglie Navajo stanno attendendo con me. Donne bruttissime. Oggi ho scattato tantissime panoramiche. Almeno 7 GB di materiale. Facendo due calcoli mi ci vorranno mesi per post-produrre tutte le foto. Domani un’altra tappa di rito sicuramente intensa all’interno di Canyonlands.

Texo al lavoro

Qui dentro alla Laundry c’é un piccolo indiano di forse 3 anni agitatissimo. Ripeto AGITATISSIMO. Continua a correre in giro farfugliando, cade per terra ogni dieci passi. Devono avergli dato una droga. Si rotola a terra e poi a carponi passa sotto tutti i tavoli. Si ferma davanti al distributore di gomma da masticare e comincia a scuoterlo, poi salta istericamente facendo gesti propiziatori per fare cadere le gomme che però non si muovono, allora grida.

Cazzo se lavano male queste macchine. Sotto le acelle di una mia maglietta sono rimasti degli imbarazzanti aloni di sudore fossile, direi a questo punto.

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Gary Grancanyon

Posted in Deserto, Viaggio on luglio 27th, 2009 by texo

Che giornata ragazzi! Fantastica. Una delle più belle e intense. Oggi si é trattato di una totale immersione desertica. Dico solo che adesso sono quasi le 10 di sera e mi trovo davanti ad una succulenta bistecca di bufalo. Sono partito questa mattina da Gallup diretto al Canyon De Chelly, una gola nascosta in cui si insediarono gli Anasazi intorno all’anno 1000, in seguito abbandonata e poi rioccupata dai Navajo che ne fecero una specie di fortezza ben difesa.

canyon-de-chelly

indiano-zoppicanteUscendo dal canyon ho incontrato un indiano sul ciglio della strada che zoppicava. E’ curioso constatare come sotto questo sole noi bianchi ci svestiamo, loro invece sono copertissimi e vestitissimi sotto un sole che cuoce. L’indiano faceva l’autostop e l’ho tirato su. Doveva andare a Chinle dal dottore perché la gamba gli faceva  molto male e si era inoltre tutta gonfiata. Mentre ci dirigevamo verso Chinle mi racconta che sua madre é morta il mese prima a 83 anni per una crisi cardiaca, ma pure lui di cuore non sta molto bene. Mi dice che un anno fa é stato operato al cuore e mentre racconta si sbottona la camicia e mi mostra una cicatrice mostruosa che gli segna tutto il petto. SHIT! esclamo io. Arriviamo a Chinle e prima di scendere mi chiede un dollaro. Glielo do e riparto. Intanto devo prendere la consueta decisione riguardo all’attraveramento della Monument Valley. Prenderla da est o da ovest? Sono già le 5 di sera percui decido che é meglio correre subito nella monument per godere della luce giusta. Faccio benzina a Kayenta, mi compero un panino che mangio seduto in macchina. Mi si avvicina un altro indiano dall’aspetto molto trasandato, senza denti e veramente vestito di stracci. Indossa una maglietta nera tutta piena di buchi che sembra esser stata rosicchiata dai topi. Comincia a parlarmi in un inglese misto navajo, misto alkohol. Mi dice di chiamarsi Gary Grancanyon e mi mostra un documento d’identità. E’ vero, di cognome fa proprio Grancanyon. Mi dice che ha fame e chiede 3 dollari. Non uno, non due. Ne vuole per l’esattezza 3. Gli rispondo che se ha fame vado volentieri a comperargli un panino. Torno dopo un attimo e gli consegno il cibo. Lui mi dice e la bibita? “Niente bibita Gary”. Hai degli spiccioli? “Niente spiccioli Gary. Enjoy your food, have a nice day, bye.” Poi parto alla volta della monument Valley.

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Con mia sorpresa scopro che presso il Visitor Center davanti alla maestosa panoramica sui Mittens é stato costruito un grosso albergo. Comincio la mia discesa nella valle. Tutto il percorso segue per circa 10 miglia una strada in terra battuta che gira attorno a queste maestose torri di roccia.

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Scatto furiosamente una panoramica dopo l’altra facendo i salti mortali per non riprendere nessuno nei miei scatti. Quando riguarderò queste foto avrò l’impressione di aver visitato la valle in perfetta solitutdine.

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Infine una piccola considerazione. Trascorro tante ore al giorno in macchina attraversando questi meravigliosi paesaggi ed é veramente difficile fermarsi per approfondire un luogo in particolare. Se avessi a disposizione qualche mese lo farei senza esitazione. Il mio viaggio é qualcosa di diverso dunque, nel senso che il viaggio stesso, il fatto di muoversi, é l’esperienza quasi spirituale che ogni tanto vivo. Il fatto di aver percorso per migliaia di chilometri la “Strada Madre” ne é il segno e il senso anche. Andare ad Ovest non é veramente solo spostarsi a occidente. C’é qualcosa di più profondo. Ogni tardo pomeriggio mi ritrovo a puntare verso il sole su strade desolate e l’emozione é grandiosa. La mia auto oggi é il mio cavallo. Un po’ come Dennis Hopper descrivendo le moto in Easy Rider le paragonava, con una similitudine più che lecita, alla mitologia del “cowboy” in sella al suo cavallo riferendosi alle immagini dei film di John Ford. E in tutta questa esperienza il punto centrale, ciò su cui si focalizzano la mia attenzione e le  mie emozioni, é il VIAGGIO.

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I feel so REAL!

Posted in California, Deserto, Viaggio on gennaio 18th, 2009 by texo

Rich Franklin é seduto a bordo ring e si guarda sul maxischermo. Gli stanno pulendo un grosso taglio sopra la tempia destra. “That’s a bad one!” dice sorridendo con gli occhi alzati allo schermo. Che eroismo e che sense of humor!

Ma adesso sto pensando, in piedi alle 5 e 30 del mattino. Nel cuore del deserto. Bisogna alzarsi presto per cogliere quest’atmosfera… Si tratta di un momento unico. Arriva tutti i giorni ma lo cogli solo alzandoti presto la mattina. Specialmente nel deserto.

L’aria ha ancora quella freschezza che la notte le ha prestato. Cerco un luogo appartato, lontano da qualsiasi sguardo. E’ abbsatanza importante essere soli, avere la mente sgombra. Respiro a pieni polmoni quest’aria profumata che scivola sopra la terra. In questo istante é chiaro il mio ruolo sulla terra. E’ uno di quei rari momenti in cui conosci il senso della tua presenza terrena. Sai di far parte del pianeta. Tutto é in armonia. La mia presenza ha un’importanza assoluta e indispensabile. Raramente colgo l’equilibrio e il significato della mia esistenza come in questi momenti. So solo che capita ogni tanto, inaspettatamente. Capita. Scruto il suolo.”Egli raccolse” deve pur significare QUALCOSA. Il mio nome ha un senso che in questo momento diventa più chiaro. Tutto ha senso adesso. Ogni granello di sabbia, io che setaccio il suolo, che do importanza ad ogni rugosità, ad ogni pietra, ad ogni mucchietto di sabbia. Alzo lentamente lo sguardo… Voglio celebrare il meraviglioso confine tra il cielo e la terra. Mi faccio portavoce della razza umana in questo istante. Voglio celebare il pianeta. Come un alieno che dopo un periglioso viaggio attraverso le galassie giunge nella meravigliosa serenità della terra incontaminata. Questa sensazione rende un’ emozione commovente, eterna. Mi rimprovero di non aver provato più spesso questo sentimento puro… Come l’arrivo su di una spiaggia dopo settimane di deriva in mare. La venerazione! La gioia. il sollievo.

Poi un tentativo altrettanto commovente di comprendere il lavoro del tempo, il segno del tempo sulla terra. Faccio una panoramica a 360 gradi sulle montagne che mi circondano. Cerco di comprendere il senso delle stratificazioni che le distinguono. Penso al mio momento di solitudine in un’eternità immobile. Io sono una virgola in questo discorso infinito. Un’ infima alterazione di questo percorso rallentato. E’ il ricordo di un tempo in cui la musica dei Counting Crows era l’unica colonna sonora della mia vita. Un tempo in cui io ero più buono. Io sono stato un essere migliore, più armonioso, più contemplativo. C’ é un un colle tra Lukeville e Why nell’ Arizona profonda. Ho raggiunto la cima di quel colle un paio di volte nella mia vita. Ho visto la terra da lassù. Un paio di volte nella mia vita ho visto la terra. Mi sono capito. Un paio di volte ho quasi capito il motivo della mia presenza. Poi, trascorsi alcuni giorni, mi sono scoperto di nuovo vulnerabile e perso nella vastità losangelina. In una solitudine lynchiana. Mentra percorrevo Mulholland Drive. L’ultima immagine che voglio ricordare oggi é quella dei delfini che si spingevano al largo dal pontile di Santa Monica. Avevo appena abbandonato il puzzo di vomito nella stanza del Travelodge di Santa Monica. La mia esistenza era ripartita da capo due sere prima. Era come se fossi rinato una seconda volta. O meglio, come se avessi perso tutto il mio passato. Pat aveva perso il suo passato. Eravamo rinati. Le nostre esistenze si erano resettate senza che ce ne accorgessimo. Erano bastate un paio di tequile e qualche paio di “titties” sventolate in faccia ed eravamo rinati. Un barbone che passava due giorni di fila giù in strada era diventato la prova vivente che le nostre esistenze avevavo preso un’altra strada. Avevamo compreso qualcosa di nuovo.

Una nuova luce si gettava sulle nostre esistenze, la luce che vedi un pomeriggio insignificante mentre stai mangiando una grigliata di carne mista in Melrose Place mentre pensi che tutto sia ricominciato in questo istante. Mentre firmi con sicurezza uno scontrino con tanto di tip per una cameriera che non conosci ma della quale credi di aver compreso tutta la disperata vita.
“Awake on my airplane, awake on my airplane” canta Richard Patrick “And I fell like a new born” ripete. “Awake on my airplane, awake on my airplane, I feel so REAL!!!!”
Così mi sento!
ORA!
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Caleidoscopio

Posted in Delirio, Deserto on gennaio 3rd, 2009 by texo

Devo assolutamente tornare nel deserto. In questo momento ne ho un bisogno assoluto. Devo stare sulle pietre rotonde in mezzo al deserto. Devo sentirmi cuocere la testa nel silenzio mentre saltello da una pietra all’altra. Vorrei rosolare. Vorrei ubriacarmi nel deserto. Vorrei svenire nel deserto e dormirci dentro. Vorrei rotolare nella sabbia e avere sete. Vorrei contemplarlo adesso. Camminarci dentro. Ascoltarlo. Stonarmi e andare in trance nel deserto. Vorrei vedere delle luci caleidoscopiche e delle creature mitiche fatte di paglia. Il cielo potrebbe diventare verde e la terra prendere tutta la scala dei rossi mentre faccio le flessioni con le lucertole. Dondolo la testa lentamente e intanto danzo.

mp3: Kaleidoscope

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