Thursky Natural Cask Strength Whisky

Posted in Whisky on Settembre 26th, 2014 by texo

In fin dei conti il fatto che si beva del whisky prodotto da una distilleria chiusa da anni, o ancora meglio, demolita, crea un curioso senso di soddisfazione ed é innegabile che ci si senta privilegiati a poter assaggiare del whisky che in ogni caso, col passare degli anni, diventerà sempre più esclusivo, caro e irreperibile. Non posso negare che a volte subentri anche  una certa mania di collezionismo che però ho sempre cercato di frenare, castrandola sin da subito con l’assaggio, che, invero, toglie immediatamente ogni bottiglia che viene stappata dallo stato di oggetto da collezionismo. La storia del whisky scozzese ha visto scomparire un folto gruppo di distillerie che producevano whisky pregiati e apprezzati (Port Ellen, Brora, North Port, Coleburn, Convalmore, Linlithgow, Banff, Glenlochy, Glenugie, Glenury per citarne alcune).
Mi procura sempre un’incredibile soddisfazione ogni nuova bottiglia di Port Ellen che riesco a scovare o qualche bottiglia superstite di Rare Malt della Diageo.

Questa premessa mi serve per dire che infine anche la Svizzera ha la sua distilleria chiusa che produsse in passato un ottimo whisky che ottenne 93 punti tondi tondi sulla Whisky Bible di Jim Murray. Sto parlando della Distillerie Egnach, sulle rive del lago di Cosatanza che nei primi anni del terzo millenio produsse un ottimo whisky con un nome piuttosto imbecille a dire il vero, il Thursky, cioé il whisky prodotto nel canton Thurgau. Il loro motto era: “Thursky, Der Echte Thurgauer Single Malt Whisky“. Qualche anno fa scrissi che mi trovavo di fronte ad un whisky in via di estinzione probabilmente. Alcuni rivenditori di whisky avevano ancora in magazzino qualche bottiglia di Thursky nel 2007 / 2008. Poi nel 2011 mi contattò un appassionato di whisky slovacco che di nome faceva proprio Thursky. Mi chiese come poteva comprare la bottiglia di whisky della Distillerie Egnach che avrebbe sicuramente fatto un bel figurone nella sua bacheca di malti. Mi ripromisi di aiutarlo e cominciai la ricerca. Allora facevo spesso delle spedizioni attraverso tutta la Svizzera centrale alla ricerca di ogni bottiglia reperibile di whisky svizzero. Passai al setaccio tutta la costa del lago di Zurigo, il canton San Gallo, Svitto, Berna, Soletta, Appenzello. Mi godevo alla grande questi viaggi dai quali non tornavo mai a mani vuote. Di Thursky però nessuna traccia. Le ultime bottiglie disponibili online erano già state vendute tutte da tempo e i pochi altri rivenditori di cui avevo informazioni non ne avevano più. Basta dunque, il discorso Thursky sembrava essere chiuso.

Sembrava…

Ho scoperto non più di una settimana fa che del nuovo Thursky é appena riemerso dall’oblio dopo un letargo durato 12 anni in tre botti ex-Sherry Oloroso. Un lotto di 899 bottiglie che compongono l’edizione finale di questo whisky prodotto dal Master Distiller Ernst Häberlin. La differenza con il Thursky classico risiede oltre che nella maturazione più lunga anche nella gradazione. Il primo Thursky era imbottigliato a 40% Vol. mentre qui si é scelta la gradazione della botte con 52% di volume d’alcol.

ThurskyLo scettro del whisky svizzerò più vecchio é dunque passato di nuovo di mano. Il vecchio record era detenuto dall’Öufi Swiss Single Malt con 11 anni di maturazione davanti al Bergsturz di 10 anni.
Il Thursky Natural Cask Strength Whisky, 12 Years – Final Edition é ora il whisky svizzero più vecchio ma questo record é destinato ad essere battuto, chissà, magari da un altro Thursky tenuto segretamente prigioniero in qualche cantina svizzera. A dire il vero mi aspetto grandi cose per i prossimi anni dalla distilleria Locher in Appenzello. Hanno sicuramente riserve di whisky più consistenti e negli ultimi anni hanno cominciato a produrre diversi whisky con maturazioni interessanti. Il Säntis Alpstein Edition con 5 anni e Säntis Malt Cask 1144 con 8 anni sono un segnale incoraggiante. Sono oramai passati gli anni in cui chi produceva whisky in Svizzera si accontentava di raggiungere la maturazione di 3 anni per allinearsi alle norme scozzesi (presumo). Oggi le punte di diamante della produzione elvetica hanno alle spalle più di 10 anni d’esperienza e i più lungimiranti anche scorte altrettanto vecchie.

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Intanto ascolto un magnifico trio, Haas Kowert Tice. American roots potrebbe essere definita la loro musica, potrei anche dire bluegrass ma sarebbe forse meno appropriato. Brittany Haas (violino) arriva dai Crooked Still, Paul Kowert (double bass) suona con il supergruppo dei Punch Brothers e Jordan Tice (chitarra) ha suonato in diverse formazioni bluegrass oltre a pubblicare la sua propria musica come solista.

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La Scozia mi chiama

Posted in Musica, Whisky on Settembre 17th, 2014 by texo

L’ultima volta che andai in Scozia, poco prima di raggiungere le isole Orcadi, mi accaddero un paio di piccole catastrofi. La prima fu difficile da digerire. Uno dei motivi che mi avevano spinto in Scozia era l’idea di scattare panoramiche in ogni distilleria che avrei visitato ma quando distrussi la Nikon D70, che in mezzo ad un morbido prato un po’ muschiato cadde sull’unica pietra presente andando in frantumi, mi venne una fitta al cuore. Ero al culmine del mio giro in Scozia, ad un paio di giorni dalla visita alla Highland Park Distillery, e non avevo più una macchina fotografica per scattare le panoramiche.

L’altro mio passatempo quando viaggio é quello di scrivere su questo blog e giunto a Gills, da dove partono i ferries per le Isole Orcadi, avevo terminato di scrivere l’ultima porzione di un mega-post epico che mi apprestavo a pubblicare sul blog con le impressioni che avevo raccolto durante tutta la settimana di viaggio. Stavo utilizzando la versione per iPhone di WordPress e senza rendermene conto cancellai tutto senza alcuna possibilità di recuperare quanto avevo scritto con fatica.

La sfiga stava perseguitandomi.

La visita a Kirkwall e soprattutto alla Highland Park Distillery furono grandi momenti di gioia orzo-maltata. Comperai il loro New Make Spirit e qualche gadget.
Poche distillerie hanno stock sufficienti per produrre annualmente una linea di whisky invecchiato 40 anni. Highland Park realizza una bottiglia da 70cl con un prezzo assolutamente proibitivo che si aggira attorno alle 1500 £. Vendono però una sorprendente miniatura con tanto di scatola in legno con cerniere metalliche a 75 £. Anch’essa una follia ma non resisto alla tentazione.

Allora, con la rabbia per i due incidenti occorsi ne parlai velocemente ma non pubblicai nessuna foto di questa miniatura e mi ripromisi di farlo in seguito. Oggi pongo rimedio.
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2014-09-16-18.33.2320140916_182941_AndroidIntanto sto ascoltando Swarm di Atomic Ape, la band nata da uno scostolamento degli Orange Tulip Conspiracy del chitarrista Jason Schimmel. C’é anche Trey Spruance (Secret Chiefs 3, Mr. Bungle).

Come con gli OTC anche questo disco offre un misterioso viaggio attreverso una miriade di stili e influenze, jazz, medio orientale, balcanica, greca, est-europea, prog rock, big band, punk e eccletticismo a profusione per chi non si stanca mai di niente e ha sempre voglia di qualcosa di nuovo, di una sorpresa e del cioccolato.

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Per le strade di San Francisco

Posted in Viaggio on Settembre 16th, 2014 by texo

Il primo pezzo di carta che trova posto nelle mie tasce ogni volta che arrivo a San Francisco é sempre lo stesso. Poi con il passare delle ore si spiegazza, si lacera e spesso si distrugge.
In verità potrebbe anche non servire, conosco la città abbastanza bene. Ma quando non ti ricordi se Post St. viene prima o dopo Sutter St. o se per andare a Haight Ashbury col Muni devi scendere a Duboce Park oppure a Cole St. questa mappa diventa irrinunciabile come una pizza da Escape from NY e una visita ad Amoeba Records.

San-Fran

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Railroad Earth e High West Whiskey

Posted in Assaggi, Musica on Luglio 24th, 2014 by texo

Wow! Devo riconoscere che non mi capita spesso di ascoltare un nuovo disco e di rimanere, traccia dopo traccia, talmente sorpreso dall’ascolto da continuare a ripetermi “wow, fantastico”. Mi é capitato questa mattina. Scendendo dalle montagne per andare al lavoro, in auto, ho deciso di dare il primo ascolto al nuovo album dei Railroad Earth, la newgrass rock band che cominciai ad ascoltare qualche anno fa grazie ad un album acquistato esclusivamente per la copertina. Allora si trattava del doppio live Elko, un fantastico mix di spontaneità, jam music e bluegrass-rock. Comprai in seguito altri loro album, tutti discreti anche se la loro formula dal vivo mi é sempre piaciuta più dei lavori in studio.

Railroad Earth-Last of the OutlawsLa settimana passata, concludevo la mia vacanza statunitense a San Francisco con il consueto pellegrinaggio da Amoeba Music in Haight st. Tra i numerosi dischi che sono tornati a casa con me c’é il loro ultimo lavoro. Ascoltando Last Of The Outlaws mi rendo conto che i Railroad Earth vanno ben oltre il genere nel quale sono collocati.

Il primo brano, Chasin’ a Rainbow, apre il disco con lo stile classico della band ma é con le prime note della title track Last Of The Outlaws che cominciano le nuove emozioni. Un brano bisbigliato, atmosferico e intimo che rivela un nuovo approccio.

In seguito un altro brano che mi riporta in territori familiari.

Parte ora All That’s Dead May Live Again / Face With A Hole, una suite di 20 minuti composta da diversi movimenti musicali: dal sapore vagamente celtico in principio per passare poi ad un piglio rock e scivolare in seguito su note più jazz. Ci sono istanti in cui mi sembra di ascoltare la PFM di metà anni settanta (penso a Celebration). Infine posso anche dire di averci sentito dentro anche un pizzico di Radiohead e in seguito Wilco.

In molti lo definiscono un lavoro ambizioso. Sono d’accordo e questa nuova strada, più complessa ed evocativa, dei Railroad Earth mi piace assai.

Veramente non male per una newgrass band del New Jersey!

High-WestApro anche la bottiglia numero 2352 di High West Whiskey, imbottigliato a Park City, Utah. Dunque da questo magnifico stato del sud-ovest americano, oltre ai mormoni, arriva anche dell’ottimo rye whiskey. Ad essere precisi, in questo caso, si tratta di un riuscitissimo blend di due rye whiskies “esotici” come li definiscono loro, provenienti da est (Kentucky presumibilmente). Un giorno riuscirò forse ad assaggiare dello spirito distillato da questa distilleria ma per il momento mi “limito” a gustare questo eccellente sodalizio di un rye whiskey di 6 anni con una sorprendente combinazione di 95% di segale e 5% di orzo maltato e un rye whiskey di 16 anni con 80% di segale, 10% di mais e 10% di orzo maltato. In questa particolare miscela ad alto tasso di segale risiede la peculiarità di questo whiskey. Infatti la grande maggioranza dei rye whiskey in circolazione presenta percentuali di segale tra il 51% e il 53%. Questo dovrebbe essere il vero gusto di un rye whiskey americano!

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The Last Supper

Posted in Viaggio on Luglio 17th, 2014 by texo

Ok, la mattina di quest’ ultima giornata piena qui a San Fran comincia con l’ acquisto di un paio di nuove bottiglie di whiskey americano. High West, un blended rye whiskey di Park City, UT di cui si parla tanto bene anche se qualche titubanza mi ha sempre un po’ frenato dal momento che la gran parte del blended che loro producono viene da un’ altra distilleria.
Poi una micro-bottiglia (si, ancora più piccola del Manhattan Baby Bourbon) di Kings County Distillery, Brooklyn, NY.
Intanto ho appena terminato un gratificante Mushroom Swiss Burger, il primo burger che mangio da quando sono artivato in USA, incredibile.

Ora sono le sette e mezza e sto in un pub con una Sierra e mi sento fottutamente bene. Mi mancheranno questi momenti, cristo. Sto guardando Bull Riding sullo schermo di questo fantastico bar. Potrei trascorrere così il resto della mia vita, dico ora, mentre mando giù la seconda Sierra. Poi stasera avrò sicuramente bisogno di una degna steak house per decretare la fine del mio trip in modo solenne. Intanto “Californication” dei Red Hot in sottofondo. Appropriata direi. Chiude bene. Ora steely Dan, io sono un po’ rotondo e non potrebbe andare meglio “back, Jack, do it again” canta Donald Fagen e io mando giù una gratificante sorsata di Sierra pensando alla steak.

I tori sono animali mostruosi, fanno veramente una fottuta paura, sono enormi, mille chili di muscoli e incazzatura.

Dunque questa sera avrei voluto terminare con una bella steak. Mi sono cercato un posto in California st. Dopo la punuale camminata interminabile, e dopo aver appurato che una bistecca da 22 oz. costava 57 $, sono andato a cercarmi un altro posto. Ecchecazzo, è una steicaus, perdindirindina, non una stella Michelin. Mi sono ritrovato a girovagare al calare delle tenebre alla ricerca spasmodica di un posto in cui mangiare. Ho finalmente messo piede in un ristorante tailandese. Vediamo. Voglio solo ricordare che oggi ho camminato senza sosta per quasi 6 ore. E quando dico senza sosta non scherzo. Intendo dire che non mi sono mai fermato, se non per scattare una foto o filmare qualcosa.

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Puttana, ma quanto è stata soddisfaciente questa cena tailandese? Non potevo desiderare di meglio. Una zuppa caldissima e deliziosa che mi ha riscaldato bene il ventre e poi un altro piatto dal nome impossibile da ricordare ma a base di mare, con gamberi, conchigliame, pesce e verdurame assai speziato. Tutto servito su uno di quei piatti, tipo ghisa, appoggiati su un vassoio di legno, che mantengono la temperatura per ore o addirittura settimane. Così si fa, diamine, se si serve una pietanza calda tutto deve essere finalizzato alla consumazione di un piatto caldo da parte del cliente.
Anche se non ha nulla a che vedere con la cucina tailandese ho terminato la cena con un bicchiere di cabernet sauvignon che adesso sta chiudendo alla perfezione qui tra Sutter e Jones.

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Full immersion a pancia tesa

Posted in Senza categoria, Viaggio on Luglio 16th, 2014 by texo

Prima giornata integrale di SF. Finalmente è spuntato il sole nel senso che la nebbia pacifica si è diradata e adesso tutto si sta scaldando un po’. Ieri sera faceva veramente troppo freddo per una giornata di luglio.

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Ho consumato un’abbondante cena cinese ieri sera, con una gran bella verdurata di pack choi e del manzo alla mongola, tutto accompagnato da del benefico tè al gelsomino. Unico problema è il fatto che per ritornare in Geary, dove alloggio, ho dovuto esporre il mio ventre tumido alle sferzate del vento dell’oceano, potenziate dalle file di costruzioni che come veri e propri tunnel del vento convogliavano tutto il gelo sulla mia pancia tesa, che seppur protetta da un sempre più spesso strato di lardo di Certara, non poteva custodire e proteggere il delicato processo di digestione che aveva luogo all’interno.
Oggi ho un antipatico mal di pancia ma spero che tutto si fermi li. Ho intenzione di scattare l’inverosimile oggi. La luce è quella giusta. Devo anche trovare una felpa.

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Ho finalmente fatto tappa da Escape from NY in Haight st. e mi sono sparato due slices monumentali, cheese and pepperoni (salame in verità) mentre ora sono al bancone del Magnolia e mi guarisco con una deliziosa e speziatissima Prescription Pale. magnoliaMi sta veramente rimettendo in sesto. Dovrebbero prescriverla i medici e le Assicurazioni Malattia dovrebbero coprirne i costi. Cazzarola come sto meglio mentre Nancy Sinatra canta “This Boots Are Made For Walking”.

Mamma mia che camminata che ho fatto oggi. Da Haight-Ashbury fino in centro e poi su e giù per le colline a visitare la Coit Tower, il Pier 39 con pochissimi sea lions, non sarà stagione, e ora a riposare in un pub con una Anchor Steam davanti. Eh ma se ci fosse un posto come questo a Lugano io ci passerei tutte le serate dopo il lavoro.

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Seconda serata sanfransischese e seconda cena. Questa volta giapponese. In apertura chicken tempura e poi sushi combo. In questo momento riesco a bere solo tè caldo. La mia pancia non si è ancora veramente ripresa e anche se ho una gran fame spero solo di non vomitare tutto sul tavolo. Sono tornato in albergo alle 19 e ho fatto un bagno terapeutico per scaldare la pancia. Questa serata è per fortuna meno gelida di quella di ieri e maglietta e camicia a maniche lunghe dovrebbero bastare.
Mega-mangiata anche stasera! Però a guardare i cuochi, uno di loro é sicuramente messicano.
Anzi mo che li guardo bene mi sembrano tutti messicani. Parlano in spagnolo. Forse uno ha chiamato l’altro Pedro…
Ma un giapponese del sud assomiglia magari un po’ a un messicano? Oppure, ci sono dei messicani che sembrano un po’ giapponesi? Questo si, dai. Un paio di camerieri sono però sicuramente orientali. Ho comunque mangiato bene e questa è l’unica cosa che conta anche se la miso soup sembrava molto un minestrone.

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101 South a tutta birra

Posted in Viaggio on Luglio 15th, 2014 by texo

Ohhhh, sollievo! Ho anticipato di un giorno la consegna della Jeep e sono dunque sceso a San Francisco molto velocemente. Oregon e costa sono belle iniziative ma in fondo mi importa sega. Io vengo in questo paese per il deserto, dunque California, Nevada, Arizona, New Mexico e Utah e per alcune città imperdibili. San Francisco è una di queste. Mi sto già immergendo nel mood giusto qui alle sette di sera mentre mando giù una deliziosa Anchor Steam al Vesuvio in Columbus Ave.

Questo locale è bellissimo: ampia balconata in legno, luce soffusa, un sacco di roba appesa ai muri, vecchi articoli di giornale, quadri, enormi specchi, Led Zeppelin in sottofondo, lampadari liberty con vetri colorati.

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Questa sera si mangia cinese. Ho addocchiato un paio di locali in una laterale di Kearny st. tra luridi vicoli nascosti e vecchissimi cinesi mendicanti in Jackson st. Ci manca solo Snake (Jena) Plissken!
Ah che figata dentro questo ristorante! Mi sembra di essere tornato a Beijing. Parlano tutti cinese qui attorno a me e mi tornano in mente le cene interminabili in Dongzhimen a nord est della città proibita, allora si trattava della cucina dello Sichuan con il suo abbondantissimo uso del peperoncino.

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Domani sono d’obbligo un paio di slices di pizza da Escape from New York a Haight-Ashbury.

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Pacifico mentale

Posted in Viaggio on Luglio 13th, 2014 by texo

Questa sera l’Oregon non mi ha riservato uno dei suoi leggendari tramonti. Cielo coperto, nebbia oceanica che sale fredda da ovest verso la terra. Vapore acqueo, acqua sospesa, verdura di mare trascinata a riva, spiaggia lunghissima e bruma, nessuna linea solo morbidi passaggi di tonalità di grigio. Fracasso d’acqua, onde che sbattono, aloni di luce flebile, fuochi lontani, abissi inimmaginabili, spuma. Confusione caotica, fantasmi nella nebbia, acqua che ritorna all’oceano. Il camino del Cohiba che pulsa e il bourbon che interpreta. Ho di nuovo vent’anni e contemplo in silenzio.

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And now, it’s time!

Posted in Deserto, Viaggio on Luglio 12th, 2014 by texo

Bene, ora è forse il caso di fare una breve introduzione per meglio comprendere il post che segue. Mi ritengo una persona moderatamente sportiva, in passato ho praticato la pallacanestro e ho sempre giocato un po’ a calcio. Mi piace camminare e negli ultimi tre anni corro regolarmente la mia corsetta da quarantenne leggermente sovrappeso. Questo per quanto riguarda lo sport praticato. Per quanto attiene a quello seguito in tv sono sempre stato un gran fan di hockey su ghiaccio, sin da prima dell’indimenticabile primo titolo nazionale dell’ HC Lugano nel lontano 1986. Seguo volentieri le partite di calcio della nazionale e ho sempre seguito con piacere i mondiali e gli europei.
Ma c’è una passione che ho coltivato quasi clandestinamente a partire dal 2000 (e fanno quattordici anni oramai). Non ho mai pubblicizzato troppo questa passione. Gli amici fedeli sanno di che sto parlando ovviamente, ma anche loro ne sono venuti a conoscenza solo negli ultimi anni.

Sto parlando delle arti marziali miste, MMA (Mixed Martial Arts) per chi conosce il termine. Nel 2000, quando cominciavo la mia avventura professionale con le panoramiche a 360°, dopo quasi otto anni trascorsi a fare ogni possibile lavoro nell’ambito edile, dai plafoni ribassati alle pareti in cartongesso, dalla ventilazione alla protezione antifuoco, fui introdotto agli sport di combattimento dal contabile della azienda per la quale ancora lavoro. Ci scambiavamo link youtube di combattimenti assai cruenti dai quali non riuscivo a togliere lo sguardo. Se tutto lo sport che fino ad allora avevo seguito era in fondo un’ allegoria della guerra, dello scontro primordiale per la sopravvivenza, in questa nuova espressione sportiva avevo finalmente ritrovato l’essenza del gesto competitivo. Piú semplice e basilare di così non conosco altri sport. Due esseri umani uno contro l’altro senza compromessi, senza supporto alcuno, senza fronzoli. Chi resta in piedi vince. Nel 2000 esistevano alcune organizzazioni di riferimento nell’ambito delle arti marziali miste: UFC, Pride, K-1, Pancrase e altre.  In quegli anni internet offriva la possibilità di seguire questi incontri che ancora non interessavano i grandi network televisivi. Il download internet fu l’unica soluzione. Negli anni le MMA sono cresciute e hanno cominciato ad interessare anche le grandi catene televisive. UFC è diventata l’organizzazione di riferimento che ha fagocitato tutte le altre, Pride, Strikeforce, WEC.

Per farla breve, dunque, prima di partire per questo mio ultimo viaggio americano ho pensato che avrei finalmente potuto cogliere la palla al balzo e seguire dal vivo uno di questi eventi che si tengono un paio di volte al mese in diverse città degli Stati Uniti, in Brasile, in Inghilterra, in Canada ma molto spesso a Las Vegas, la capitale mondiale degli sport di combattimento.

Eccomi dunque a passeggiare tra il New York-New York, l’Excalibur, il Luxor in attesa che cominci lo UFC 175 Weidman vs. Machida al Mandalay Bay Event Center. L’eccitazione é tanta. Questo weekend si svolge anche la UFC Fan Expo con conferenze, seminari di ogni genere e MMA ovunque. Prendo qualche scatto durante lo show televisivo di Fox Sports con una notevole carrellata di star dello UFC presente e passato.

Miesha Tate, che con Ronda Rousey é una delle atlete di punta della divisione femminile.

Dan Severn, veterano dello UFC, di lui mi ricordo un epico incontro con il brasiliano Royce Gracie, grande la metà di Severn che dopo aver subito per quasi mezz’ora il wrestling energico di Dan, lo sottomise con uno strangolamento a triangolo in dieci secondi.

Rashad Evans, Dominick Cruz, Daniel Cormier e Brian Stenn

Chuck Liddell e Matt Hughes.

Primo salto spazio-temporale

Mi sto gustando una Fat Tire gelata eccezionale, qui sulla veranda della mia cabin al Desert Rose Inn di Bluff. Sono le 22:00 e l’aria è ancora calda. Sono veramente contento, una gran figata questa serata ma tutta la giornata ha riservato  emozioni forti. Il fatto che sia sera tarda e io mi trovo a Bluff significa che ho trascorso il pomeriggio nella Monument Valley. Sempre solo una grande esperienza. Adesso ci sono le stelle in cielo e se mi garba più tardi scatto una bella panoramica notturna.

Tra l’altro viaggiado da Indio verso la Valle della Morte, attraversando il deserto del Mojave ascoltavo questa radio:

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Secondo salto spazio-temporale

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Sono le 20:30 di giovedì e ho appena terminato una lunghissima giornata di transizione, infatti per l’ultima parte del mio soggiorno USA mi voglio concentrare sulla costa pacifica prendendola dall’alto, in Oregon possibilmente. Sono dunque partito questa mattina da Moab, UT in direzione della highway 70 per andare ad ovest. Mi sono tolto nuovamente lo sfizio di percorrere una porzione della highway 50, the lonliest highway in America, da Ely fino a Austin non c’è veramente nulla, solo vallate enormi e overdose d’orizzonte. Ad Austin ho girato a destra e sono salito a nord fino a Battle Mountain (Non so ancora di che battaglia si tratti, piú tardi indago). È forse percorrendo la 50 che percepisco di piú l’immensità di questo paese.  Oggi, attraversando Delta, ho avuto delle visioni di eternità mentre osservavo alla mia sinistra una dozzina di mucche. Non saprei bene come descrivere la sensazione, ma in loro percepivo una serena rassegnazione millenaria, come se fossero consapevoli del loro destino ma anche dell’importante ruolo che rivestono per l’uomo. Boh, strana sensazione.

Intando wikipedia mi ha informato che il nome della cittadina in cui mi trovo trarrebbe le sue origini dagli scontri che coinvolsero i nativi americani con i primi “settlers” a metà del 1800. Una delle pricipali attività di Battl Mountaine é l’estrazione dell’oro a quanto pare.

Ennesimo salto spazio-temporale e non sono più in Nevada. Ho anche definitivamnte abbandonato il deserto.  Oggi ho attraversato le immense praterie a cavallo tra il Nevada e l’Oregon, non a cavallo come fecero i primi settlers agli inizi del 1800, a cavallo ma non a cavallo. Ho trovato da dormire a Eugene per questa notte e domani punterò verso la costa lungo la quale scenderò poi lentamente fino ad arrivare a San Francisco.

Ieri sera ho pernottato presso un motel di Battle Mountain assai conveniente. Bisognerebbe sempre un po’ diffidare. Tutto sembrava troppo in ordine e della fregatura mi sono accorto solo dopo alcune ore che stavo in camera. Dal bagno proveniva, da dietro la parete, un rumore di acqua che cola, come se qualcuno stesse facendo una doccia o un bagno nella stanza accanto ma dall’altra parte non c’era nessuno e io mi sono dovuto sorbire questo fastidioso rumore tutta la notte. Per fortuna giro oramai da qualche anno senza mai scordarmi un paio di tappi per le orecchie. Mi hanno salvato da una nottata insonne.

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Vista Point a 51°C

Posted in California, Viaggio on Luglio 3rd, 2014 by texo

Un cestello di Sierra è ora sempre con me, è il mio fedele compagno di viaggio come pure una simpaticissima bottiglietta da 375ml di Maker’s Mark Kentucky Straight Bourbon. Si arriva in motel la sera e il cestello finisce subito nel frigo. Poi esco a cercarmi una bella tavola calda messicana in cui mangiare una succulenta enchilada accompagnata da una freschissima Tecate con boccale di birra ghiacciato e chili on the edge.

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Ieri ho eseguito abbastanza in scioltezza una lunga discesa seguendo la Cabrillo highway, questo è il nome che porta la 1 qua nel sud della California. Un festival ininterrotto di “vista points”. Verso sera ho cercato di evitare Los Angeles passandole accanto da nord per poi proseguire in direzione di Indio.

L’esercizio di oggi primo luglio consisteva nel raggiungere per sera Furnace Creek all’interno della Death Valley. Ho trascorso la mattinata a fare panoramiche nel Joshua Tree National Park.  Durante la tappa di avvicinamento alla Death Valley oggi ho registrato la temperatura massima di 118 °F = 47 °C. Ma nel tardo pomeriggio, dunque se domani avrò fortuna potrò cercare di battere il mio record personale di sopravvivenza nella calura estrema.

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Mercoledì 2 luglio.

Mi sveglio abbastanza presto nonostante abbia dormito eccellentemente. Inoltre ieri sera ho potuto gustare una cena favolosa qui a Förnes con un ottima ribeye steak tagliata e ricoperta da una prelibata salsa ai funghi con un ottimo puré di patate con fiori di cappero e qualche allegro asparago grigliato. Tutto accompagnato da una deliziosa Sam Adams Summer Ale a me sconosciuta ma  assai gradita. In questo posto si mangia veramente bene. Qui in questo angolo inospitale del pianeta terra c’é un resort che offre un discreto comfort, dell’ottima carne alla griglia e delle graditissime birre fresche alla spina. Probabilmente é la stessa situazione climatica di certi deserti libici, senza resort, senza carne alla griglia e senza dell’ottima birra alla spina. Ci pensavo un po’ anche ieri durante l’avvicinamento alla Death Valley. Mi dicevo che tutto sommato il paesaggio che mi passava davanti agli occhi avrebbe potuto essere l’Afganistan, senza Talebani però, per il resto uguale!

Ma torniamo a questa mattina:

Salto in auto tutto bello giulivo alle 08:00. Mi sono comperato allo store del ranch tre mele con le quali pranzerò oggi e mi porto in auto circa 3 galloni d’acqua, non si sa mai. Per la mattina decido di andare a dare un’occhiata ai crateri di Ubehebe  su nell’angolo a nord del parco, a pochi passi da Scotty’s Castle. Percorro i 91 km che da Furnace Creek mi portano allo Ubehebe Crater in poco più di un ora senza incontrare nessuno lungo la strada. Fermo l’auto ai piedi di questo giovane vulcano (non più di 2000 anni a quanto pare) e comincio a percorrere il crinale del cratere maggiore. Tira un vento micidiale e tra me e me mi dico che qualche anno fa, quando decisi di scattare alcune panoramiche in questi luoghi, fui eroico. Questa volta non me la sento e scatto solo still. Alla sinistra del cratere seguo con l’occhio la linea bianca della strada sterrata che da Ubehebe parte per raggiungere dopo 27 miglia  la Racetrack Playa, lo strano luogo dove nel mezzo di una vasta pianura, dei grossi sassi sembrano aver lasciato delle scie lungo il tragitto da essi percorso. Mai nessuno ha visto questi sassi muoversi ma le scie stanno li ad indicare uno spostamento inequivocabile. Mah…

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Al termine della mia visita al cratere decido di inerpicarmi lungo la prima tratta della pista che porta alla Racetrack Playa. Non ho intenzione di percorrerla tutta, non sarebbe saggio. Non sono sicuro che la mia auto abbia i “numeri” per affrontare questa pista e poi mi dico che magari dovrei avvisare qualcuno prima di percorrerla, giusto perché qualcuno sappia dove mi trovo nel caso succedesse qualcosa. Comincio a farne un pezzo, poi tornerò indietro e domani mattina ci riproverò per davvero: passerò prima alla Grapevine Ranger Station, farò vedere l’auto e chiederò se é tutto in regola per affrontare la tratta. Questo pomeriggio avrei inoltre intenzione di ripercorrere la tratta lungo il Titus Canyon, che già percorsi in altre occasioni. Mi dico che potrei utilizzarla come termine di paragone chiedendo ai rangers se per Racetrack Playa la difficoltà é simile.

Questi sono i pensieri che mi frullano per la testa mentre affronto le prime miglia di sterrato verso Racetrack Playa anche se una vocina comincia a dirmi che potrei tentare di raggiungere la destinazione anche oggi magari. Non sarebbe prudente, cazzo! E se succede qualcosa? E magari oggi non ci va nessuno e rimango la da solo, con tre mele e otto litri d’acqua?

IMG_0698Vabbé, arrivo fino la su in cima e poi torno indietro. Mentre formulo questa ipotesi si accende una nuova spia mai vista prima sul pannello di controllo della mia Jeep. Allarme! Dice Low Tire. Che cazzo é? Ci sarà stato un calo di pressione nelle gomme, boh… Rallento e mi fermo. Già andavo abbastanza lento. Esco dall’auto nella calura assurda che l’aria condizionata all’interno mi aveva fatto dimenticare e cerco di capire che cosa sta succedendo. Sono a quasi 100km da Furnace Creek e da alcune miglia ho imboccato lo sterrato che porta a Racetrack Playa. Qua dove sono non mi vedrà nessuno, per giorni magari.

Tra l’altro qua dove mi trovo non c’é campo e il telefono non serve ad un benemerito cazzo di niente.

Faccio il giro dell’auto, qua tra le pietre, per capire che cosa sta succedendo. Arrivo alla ruota posteriore destra e per un istante mi si ghiaccia un po’ il sangue, giusto un istante. Sta si-bi-lan-do a balla! Esce aria dal copertone-figlio-di-puttana di questa scheisse-Jeep. Porca puttana se sibila. Si sta sgonfiando la ruota della mia auto mentre sono qui da solo nel nulla desertico e il pannello di controllo figlio di troia mi dice che ci sono 51 °C all’ombra! Caaaaaaaaaaaaaaazzzzzzzzoooooooooo! Mi ricordo bene che dissi “SHIT”! In inglese. Strano sto fatto qua. Quasi un po’ cinematografico! Come se per un micro-istante si trattasse di finzione “oliverstoniana” alla U-Turn. Io sono Sean Penn, mi é saltato il motore e fra un po’ arriverò all’autorimessa sgangherata di Billy Bob Thornton. Nessuna Jennifer Lopez da queste parti però.

E allora Texo pensa in fretta! Ma molto in fretta, cazzo! Cosa fai adesso? Tu, turistello imbecille, che ti sei sparato due caffe e un tè a colazione a Furnace e adesso sei nel deserto con una gomma dell’auto a terra. Un po’ come se ti trovassi in mare, circondato dagli squali su un gommone che si sta sgonfiando.

Salto in auto e riesco a malapena a girarla, la pista quasi non me lo consente, ma io non posso andare ancora avanti sperando di trovare un posto in cui girare. Riesco a girare a malapena e comincio a correre a tutta birra alla disperata ricerca dell’asfalto, perlomeno. Se mentre salivo andavo a non più di 25 miglia orarie, adesso sto tornando indietro a quasi 50. Devo fare attenzione a non ribaltarmi, cazzo. Dov’é l’asfalto cazzo!!!

Dopo una decina di minuti ritrovo l’asfalto a Ubehebe Crater ma adesso devo volare. Non posso fermarmi qua con un vento a 100 Km/h e 50 °C per cambiare la ruota. Mi ritroverebbero tra qualche settimana mummificato, ancora attaccato alla ruota.

Mentre volo verso la Grapevine Ranger Station tendo l’orecchio per capire se la ruota tiene ancora o se comincio a sentire quel flap-flap-flap-flap di cautchu spiegazzato e molle che rotea nell’aria. Arrivo alla ranger station, la gomma é a terra e chiaramente non c’é nessuno.

Apro il vano della ruota di scorta con il sole che martella il cranio e dentro c’é quella ruotina un po’ focomelica che la noti sempre quando vedi qualche auto sfigata che la indossa a Lugano. A LUGANO, ripeto, in primavera, estate, autunno o inverno, tra i 27 e gli zero gradi, non nella Death Valley, ripeto, VALLE DELLA MORTE, ripeto ancora, DELLA MORTE, cioe “cessazione di quelle funzioni biologiche che definiscono gli organismi viventi” secondo Wikipedia.

Una decina di minuti buoni mi servono per capire come si usa il crick che alla fine riesco ad operare sotto la Jeep. Sto grondando come se avessi fatto un tuffo a testa in una piscina piena di sudore. Faccio schifo anche a me. L’asfalo scotta tantissimo, e devo fare delle pause ogni volta che mi ci appoggio sennò mi ustiono. Intanto non passa assolutamente nessuno. E mi trovo nuovamente in strada, non su di uno sterrato che magari non tutti affronterebbero, ma da qua passa la strada che porta a Tonopah.

Eccheccazzo é TONOPAH? Ma chi va a TONOPAH, e per fare cosa?

Dopo alcune tribolazioni riesco finalmente a sostituire la gomma e adesso devo capire che cosa devo fare. Non posso andarmene in giro per la Death con questo ruotino ridicolo e sperare pure di arrivare a Vegas venerdì. Devo chiamare la Alamo per notificarli dell’incidente e per chiedere cosa devo fare adesso. Ma poi non avevo mica fatto un’assicurazione che mi copriva pure i costi per qualsasi incidente nel quale avrei potuto incappare? Per fortuna alla Ranger Station di Grapevine c’é un telefono dal quale posso chiamare il 1-800 della Alamo. Long story short sto al telefono circa un’ora con un cordialissimo operator che infine mi propone la seguente opzione:

in 120 minuti arriverà da Pahrump un towing truck che mi porterà un minivan e prenderà in consegna il mio Mid-size-SUV. Non riescono né a trovare qualcuno che mi ripari la gomma né un SUV sostitutivo. Accetto.

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Alle tre del pomeriggio mi ritrovo infine con questo Dodge Caravan SXT e dimentico nella Jeep che il towing man si porta via un ottimo CD di Bluegrass che avevo assemblato per il Maggie prima della partenza. Dopodomani ripasserò da Pahrump per andare a Las Vegas e mi fermerò dunque da Aquarius Towing per vedere se hanno ancora la Jeep merda con il mio CD.IMG_0700

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