Nipponica

Posted in Cibo, Viaggio on maggio 5th, 2015 by texo

Ricordi stropicciati di una settimana trascorsa in Giappone.

Parte I

Il viaggio in aereo dall’Italia al Giappone é veramente un po’ troppo lungo per i miei gusti ma é reso più sopportabile dalla Economy Premium di Alitalia che mi offre almeno 20 centimetri in più rispetto all’Economy, di vitale importanza per le mie ginocchia. Inoltre gli schienali non sono reclinabili e così si evitano monumentali rotture di scatole. Grazie ai centimetri in più é tutto il sedile che slitta verso il basso come su uno scivolo e ti permette di stare leggermente più orizzontale senza rompere le palle a nessuno.

Alla stazione ferroviaria dell’aeroporto Narita riscuotiamo il JR Pass che tornerà utilissimo sull’arco della settimana.

Portiamo i nostri bagagli all’albergo nel quartiere Chūō, a pochi passi dalle fermate del metro Bakurocho e Kodenmacho. Le stanze sono veramente microscopiche – 10 m² incluso un modulo prefabbricato contenente gabinetto e doccia – ma siamo felici di prenderne possesso. Ricordo una visita al quartiere di Asakusa con una tappa obbligatoria al tempio Sensō-ji, attraversando il Kaminarimon, la porta d’ingresso al viale che conduce al tempio. DSC_0435Noto subito le svastiche dorate che adornano le arcate che sorreggono il tetto. Camminiamo attraverso una folta folla impastata di turisti e devoti. Il cielo é grigio-coperto, le botteghe lungo il viale vendono dolci tradizionali, ombrelli di bambu e carta, souvenir assortiti e schede telefoniche. Giunge anche il magico momento del primo pasto tokyoide. Ci infiliamo dentro al ristorante Sansada, proprio di fianco al Kaminarimon e stiamo abbastanza leggeri con un piatto misto ottimo ma abbastanza caro. Qui vige l’usanza di mettersi a tavola scalzi e il tavolo é veramente bassissimo per noi che sembriamo i LA Lakers. Per stare seduto a tavola assumo una posizione assolutamente innaturale che nel giro di 15 minuti mi procura un bel assortimento di crampi bilaterali.

Usciti dal ristorante godiamo di un ottima veduta aerea dalla cima di un palazzo.

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20150406_21221120150404_192050Ho poi vaghi ricordi di una passeggiata un po’ onirica – forse irrompeva la stanchezza da jet lag – lungo una via abbastanza deserta con negozi di articoli da cucina su entrambi i lati. Era forse l’ora della chiusura, cominciavo ad avere allucinazioni da spossatezza, ma il ricordo che ho é quello di un passaggio esteticamente raffinato, anche tra gli scaffali stracolmi di vasellame, caraffette da sake, servizi da tè e spettacolari vetrine di sampuru (da sample), cioé i piatti in plastica o ceramica che riproducono in modo estremamente realistico le pietanze servite nei ristoranti.

Poi in metro raggiungiamo Ueno e cominciamo a percorrere delle affollatissime strade popolari che seguono la linea ferroviaria sopraelevata. Gli spazi al di sotto dei binari sono tutti occupati da negozi e ristoranti. Questo é il clima che mi piace. Lentamente cominciamo a percepire un’atmosfera vagamente bladerunneriana. Ci sediamo all’esterno di un primo locale e ordiniamo subito 4 birre e un po’ di spiedini alla griglia con un po’ di contorno. Al tavolo di fianco al nostro esigono un brindisi con noi. Ci si saluta e si brinda senza che si sia in grado di comprendere una sola parola delle nostre conversazioni incrociate. Loro solo in giapponese noi solo in italiano con un po’ di inglese.  Tutto perfetto direi. Fa abbastanza fresco questa sera e siamo tutti coperti e incappucciati. Al termine di questo spuntino frugale andiamo a cercarci un altro posto.

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Pat intercetta un locale dall’aspetto accogliente e ci precipitiamo dentro. Traditional IZAKAYA house Bi Bi Bi di Akira Tanaka. Questo locale celebra il nostro incontro ufficiale con il sake. L’oste generosissimo, ce lo serve facendolo trabboccare in queste fantastiche scatolette di legno che fungono da sottobicchiere. Accompagnamo questa epica bevuta con pinne secche di pesce e risate. Prima di uscire l’oste ci omaggia con uno spuntino che ci servirà per trovare la strada del ritorno.

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Partiamo alla ricerca di un posto in cui cenare. Qui sotto la sopraelevata si sta maledettamente bene. C’é tutto un mondo laborioso di piccoli businness, un fiume di gente che va e viene, caos urbano, cibo, vetrine fluorescenti, scatole ammucchiate, insegne luminose, il treno che passa, gran baccano, gente che urla, che si urta, folate di cibo cotto, fritto, che ancora sfrigola sui fornelli, fumo, noi avanziamo senza meta, alla ricerca di stimoli. Scoviamo infine questo locale in cui si servono dei ramen abbasanza leggendari e ci mettiamo in coda. Si ordina tutto ad una biglietteria automatica che sembra una slot machine. Attendiamo una decina di minuti prima di poterci sedere – é difficile ottenere una combinazione di 4 posti liberi al bancone di questo stretto locale – ma infine arriva anche il nostro turno. E’ animalesca la voracità con la quale affronto questa scodella di ramen guarniti con maiale affettato e un uovo marrone con il tuorlo quasi trasparente che avrà certamente subito un sapiente metodo di cottura  a me totalmente sconosciuto. Impariamo presto che per mangiare dei ramen bollenti bisogna produrre un suono di risucchio direttamente proporzionale alla temperatura della pasta che si ingerisce. Dopo aver cenato o forse anche prima mi ricordo di essere entrato qualche minuto all’interno di una sala in cui si gioca a Pachinko, il flipper nipponico senza destrezza necessaria. Tutti stanno ipnotizzati davanti alla propria macchina mentre le palline scendono a cascata in un inferno caleidoscopico di luci al neon e rumore industriale.

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La mattina seguente ci riserva la pioggia. E pensare che eravamo venuti in Giappone per ammirare i ciliegi in fiore. E allora andiamo a vederli ugualmente, al parco. Questa pioggia e le temperature non proprio primaverili devono aver rovinato le vacanze a molti giapponesi che a quanto pare si spostano a milioni per assistere al fenomeno della fioritura nei parchi delle più importanti città del Giappone. In effetti li vediamo accamparsi sotto agli alberi, a fare il picnic sotto la pioggia, togliendosi le scarpe, coprendo i piatti con la plastica. Una tristezza…

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Visitiamo il distretto di Akihabara, la città elettrica. Mandrake, uno store multipiano, soddisfa appieno la nostra curiosità in merito ai manga. In altri negozi rimaniamo abbastanza di stucco. Ci sono delle action figures che non ho mai visto nei negozi di giocattoli dalle nostre parti. A mezzogiorno ci infiliamo in un ristorante stretto ma su due piani. Da una ventola sul soffitto scendono ventate di aria caldissima. Scegliamo ancora ramen. Di fuori piove e fa freddo e abbiamo dunque bisogno di qualcosa di caldo. Completiamo la reidratazione con una bella birra.

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Nel pomeriggio ci spostiamo a Shibuya giusto per dare un’occhiata ad uno degli incroci più affollati della terra. Le immagini della gente che lo attraversa contemporaneamente, dai quattro lati della strada e in diagonale, sono famose in tutto il mondo. Ci infiliamo poi in un grande magazzino a pochi passi dall’incrocio. Shibuya 109, the Tokyo’s fashion hotspot for young Japanese women. Qui dentro mi sento veramente fuori luogo. Usciamo poco dopo e ci dirigiamo a Roppongi. Di questa prima parte di pomeriggio ricordo una birra bevuta in una laterale di quella che sembra la Fifth Ave. in versione giapponese. In questa occasione torna utilissimo il mio kit ellettrogeno per ridare succo ai cellulari a secco di energia. Poi entriamo nel suggestivo Gonpachi. Pare che questo ristorante abbia ispirato il design della sala del gran duello finale di Kill Bill. Tutto un po’ tourist trap ma c’é una bella atmosfera e finalmente riesco a bere un Highball drink che va tanto di moda qui in oriente. Si mangia anche un po’ di sashimi ma non é sicuramente abbastanza. Usciamo con l’intenzione di trovare uno di quei bei sushi bar con il bancone che gira tutto attorno ai cuochi che tagliano, sfilettano e assemblano piccole meraviglie di riso e pesce. Troviamo un locale con queste caratteristiche, sembra perfetto. Ci sono quattro giapponesi e altri 4 posti liberi fatti apposta per noi. L’unico inconveniente sta nel fatto che il menu é scritto esclusivamente in giapponese, non ci sono immagini e i cuochi non parlano una parola di inglese. Non una! Ma a noi non importa, abbiamo una tecnica infallibile che sicuramente ci procurerà tante soddisfazioni. Ognuno di noi sceglierà alla cieca e ordinerà per quattro. Infallibile, no? Sbirciando nel piatto degli altri clienti vediamo cose meravigliose e dunque siamo certi che questa carta giapponese che abbiamo davanti agli occhi non può che riservarci godimento. Deve per forza essere una lista di prelibatezze ittico-nipponiche. Lo spirito culinario di un intera nazione racchiuso in una paginetta plastificata tutta decorata di belle iscrizioni ideografiche.

Comincio io. Scorro con il dito questa lista indecifrabile alla ricerca di chissà che cosa. Prendo tempo come se da un momento all’altro potessi avere un’illuminazione confuciana e comprendessi il significato di una di queste linee: “Ah, ma certo, questo é un nigiri e quello un Ikura gunkan maki sushi. Come no! Temporeggio ancora un poco per vedere se qualche porzione di giapponese stampato può in qualche modo assomigliare all’italiano. Non credo! Alla fine mi butto e scelgo. C’era questa serie di caratteri che a mio avviso era esteticamente più apprezzabile di altre, come se si trattasse di un qualche tipo di sushi roll. Il mio intuito infallibile avrà sicuramente scelto bene. Lo percepisco. Mi giro verso gli altri e dico “Scelto!” Richiamo l’attenzione di un cuoco e gli indico col dito la mia scelta sulla carta e poi gli mostro 4 dita per fargli capire che non ne basta uno, eh no, troppo poco – ma hai visto come siamo grandi? – ce ne vogliono quattro porzioni, una a testa. Caro il mio cuoco, questa sera ti svuotiamo il ristorante, ti finiamo le provviste. Domani dovrai fare la spesa grande! Il cuoco mi guarda stupito poi si gira verso il suo collega e gli indica quello che ho ordinato. Sembrano perplessi.

Accidenti! Questa reazione non promette bene. Devo aver toppato alla grande.  Riusciamo però ad ordinare un paio di caraffette di sake che rendono l’attesa più tranquilla.

Giungono infine in tavola quattro piattini con con 2 bacelli di fave bollite a testa. Non ho quasi niente da dire. Buone le fave, per carità… Ma ci eravamo immaginati altro. Anche gli altri clienti, con ancora tra le bacchette morbidissimi tranci di toro sashimi, guardano perplessi mentre apriamo i bacelli. “Ma che buoni i bacelli! Ah… signori! Questi bacelli sono veramente ottimi. Degli ottimi esemplari di bacello di fava”. Vabbé, se alla prima non ci é andata bene, andrà bene la seconda. Sceglie Eero ora. La tecnica é sempre la stessa. Si punta il dito sul menu e si ordina X 4. Vediamo come va a finire questa volta. Capiamo subito che anche questa seconda scelta non rientra nella normalità perché il cuoco non ha proprio idea di come si prepari questa cosa. Comincia la consultazione tra i due cuochi. Quello più esperto cerca di spiegare all’altro come si prepara quello che abbiamo ordinato e noi capiamo purtroppo di aver toppato una seconda volta. Ma com’é possibile? Ma cosa abbiamo ordinato questa volta? O si tratta di un piatto talmente prestigioso che solo il sushi chef ha il diritto e la competenza per prepararlo oppure abbiamo scelto qualcosa che nessuno di solito ordina, dunque una merda.

Arrivano quattro ciotoline con della roba viscida di chiara origine animale tutta ricoperta di salsa agrodolce che mi ricorda vagamente una specie di senape. Non abbiamo idea di cosa sia. Cerchiamo di chiedere al cuoco ma é un impresa che non può avere successo, anzi, i due cuochi ricominciano a consultarsi intensamente. “Non fa niente, va bene così. Arigato gozaimas“. Anche in questo caso non é esattamente quello che ci aspettavamo. Ora arriva il turno di Pat e inanelliamo la terza sconfitta di fila con un ordine dall’apparenza e consistenza sconcertanti. Sia ben chiaro che io sono in grado di mangiare qualsiasi cosa, meccanicamente parlando riesco ad inghiottire qualsiasi cibo e dunque questo strano salsicciotto verde biancastro che il cuoco taglia a fettine di un paio di millimetri di spessore va giù in ogni caso e senza esitazione, nonostante la consistenza dura, gommosa e non particolarmente saporita. Al quarto tentativo forse riusciamo ad assaggiare un po’ di pesce ma non ricordo bene. Uscendo da questo locale il bilancio é chiaramente negativo e si rende dunque necessaria la ricerca di un altro ristorante. Entriamo in un locale dall’atmosfera un po’ lounge, scalzi, con luci soffuse, pavimenti in legno e tavoli ad altezza caviglia. Qui finalmente mangiamo cibo riconoscibile dalla carta del menu e beviamo ancora dell’ottimo sake. Verso l’una del mattino camminiamo nella notte arancione scuro, siamo avvolti nel velluto porpora e scivoliamo tra i palazzi, attraversiamo gli incroci, siamo leggeri, infaticabili e spensierati. Troviamo poi un whisky bar con staff abbastanda cordiale ma non fino al punto da farci lo sconto per un Macallan del ’70 che avrei veramente voluto assaggiare ma al quale ho rinunciato. Sta al secondo piano di una piccola palazzina. L’atmosfera é un po’ lynch-kubrickiana, tutto scuro qua dentro e curiosi personaggi al bancone che fumano robustos mentre Mr. Grady lucida i bicchieri.

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Lunedì mattina splende il sole sul Giappone. Questa é la giornata che aspettavo con impazienza fin dalla partenza. Oggi é in programma la visita a Tsukiji, il più grande mercato del pesce al mondo. Mi alzo con un anomalo giramento di testa. Le cose si complicano in metropolitana durante l’ora di punta. Devo uscire all’aria aperta in fretta altrimenti vomito. Facciamo qualche isolato a piedi poi gli altri continuano in taxi mentre io cerco di riprendermi un po’. Arrivo nei pressi di un parco e mi devo mettere a sedere un attimo. Ma non mi può capitare sta roba proprio oggi. Dopo una quidicina di minuti arrivo al mercato e lentamente comincia la mia guarigione. Mi ci butto dentro, in questo quartiere-mercato estremamente caotico ma fondamentalmente tranquillo. Devi avere gli occhi tutt’intorno alla testa perché arrivano potenziali pericoli da ogni direzione. I mercanti girano a bordo di carretti elettrici con un grosso volante davanti e sfrecciano tra le strette viuzze di questo enorme mercato coperto. Giro in un frenetico stato di sbalordimento cercando di cogliere con la mia macchina fotografica quante più immagini possibili. Voglio cogliere l’essenza di questo luogo. Si vende praticamente tutto ciò che il mare può offrire di commestibile: ogni tipo di pesce, mollusco e crostaceo. Degli sciabolatori samurai tagliano tonni interi con un armamentario spettacolare di coltelli di ogni dimensione. Sangue, teste di tonno, pinne dorsali, conchiglie, polistirolo, acqua ovunque, cubi di ghiaccio, biciclette, legno e ferro. Al termine della visita riesco a ricongiungermi con il gruppo. Facciamo visita alle bancarelle che si trovano al di fuori dell’area coperta del mercato dove compero fish jerky in grande quantità oltre a dell’ ottimo tè e una bella teiera.

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DSC_0509Nel primo pomeriggio rendiamo visita al palazzo dell’imperatore. Il parco che lo circonda é gigantesco. C’é il fossato con l’acqua, come per ogni castello che si rispetti. Tutte le aree del parco danno l’impressione di essere sottoposte ad un rigido protocollo di sicurezza e se un turista si azzarda solo a mettere il piede oltre una qualsiasi barriera, catenella di delimitazione, partono subito i fischietti incazzati delle guardie, anche da centinaia di metri di distanza. E’ comunque tutto chiuso, non si può entrare da nessuna parte, si può solo fare il giro seguendo il perimetro del parco lanciando qualche occhiata teleobiettiva all’interno. Ci rompiamo presto le palle e ci dirigiamo verso la bella stazione dei treni per fare le prenotazioni del Shinkansen che domani ci porterà a Osaka, 500 km a sud ovest di Tokyo.

DSC_0522Ricordo che in seguito si rende necessaria una pausa per il pranzo. Mangiamo degli ottimi Udon serviti in delle enormi zuppiere in uno degli innumerevoli ristoranti all’interno di un grattacielo nei pressi della stazione. In serata facciamo sosta dapprima in un pub che serve dell’ottimo Hakushu Single Malt ad un ottimo prezzo poi in un bel bar in cui dietro al bancone c’é anche una bella griglia fumosa sulla quale stanno cuocendo un sacco di ottimi spiedini per accompagnare la birra o il sake, come facciamo noi.

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L’indomani partiamo infine per Osaka, di prima mattina. Alla stazione di Tokyo ammiriamo la linea stupefacente dei treni Shinkansen e anche l’efficienza delle squadre di pulizia – le donne tutte vestite di rosa – che prima che i treni partano ripuliscono meticolosamente ogni carrozza. Arriviamo ad Osaka dopo tre ore di viaggio. Portiamo le borse all’albergo ed é già tempo di ripartire. A 15 minuti di treno da Osaka si trova una cittadina con un nome che non può lasciare indifferenti gli appassionati di whisky: Yamazaki! La culla del whisky giapponese. Accanto all’impressionante whisky library ci regaliamo una spettacolare degustazione dei prodotti della casa.

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Irish Pub

Posted in Senza categoria on marzo 23rd, 2015 by texo

Oggi sono andato a farmi un giretto durante la pausa pranzo. Climaticamente questa è probabilmente la prima vera giornata di primavera (ma che gioco di parole raffinato). Un gran bel sole generoso, finalmente caldo per davvero. In centro tanta gente a passeggio poi seguendo il lungolago sono arrivato fino al parco Ciani. Tra gli alberi ancora abbastanza spogli si intravvede il Liceo di Lugano. Ma cazzo, devo dire che è proprio bello, tutto ocra, imponente e storico. I prati del parco sono tutti occupati dagli studenti in pausa. Negli anni 80 i prati erano abbastanza off limits. Arrivavano i guardiani per farti sloggiare, era roba da drogati.

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Arrivo infine al nuovo arredo naturalistico della foce del Cassarate che tanto mi aveva fatto infuriare quando ancora era solo un progetto. Bello, devo ammetterlo, a vederlo oggi. Forse ogni tanto mi lascio andare un po’ troppo al pessimismo e divento un acido criticone. È anche vero che le casse della città piangono come mai è capitato in passato e dunque se ne poteva fare a meno, comunque resta il fatto che questa passeggiata sia estremamente gradevole. Infine mi sono infilato dentro al pub irlandese di via Ciani – pare che stia diventando un’abitudine – e mi sono regalato una spettacolare Kilkenny, fatta apposta per questa giornata.
Che gran figata rificcarsi in un pub, mettersi al bancone, farsi riempire una bella pinta di birra e rilassarsi, come se fossi in vacanza. Questa è un’abitudine che avevo quasi dimenticato. Di queste cose ne sento proprio il bisogno ognitanto.

PPL

Posted in Musica on marzo 17th, 2015 by texo

C’é un disco che gira sul piatto del giradischi di casa mia da molti anni. Lo comperai a metà degli anni ottanta quando attraversai la mia fase southern rock. In cima alla lista allora c’erano band come i Lynyrd Skynyrd, 38 Special, Marshall Tucker Band, Molly Hatchet, Outlaws, Blackfoot e chiaramente nell’olimpo del rock sudista, Allman Brothers Band nella veste di “fratelli” fondatori del genere. Quante giornate passate ad ascoltare le epiche schitarrate di Freebird. In Memory of Elisabeth Reed é ancora oggi un ascolto ricorrente, brano strumentale perfetto durante le mie scorribande americane, fatto apposta per essere ascoltato mentre si guida nei deserti del southwest.

PPL-Takin-the-stageC’é però anche quest’altro disco, Live! Takin’ The Stage, non proprio southern rock a dire il vero. Anzi proprio per niente. Decisamente Country Rock. È anche vero che questo sottogenere del country ha certamente influenzato il southern rock ed é spesso presente nel repertorio delle bands che ho citato prima ma i Pure Prairie League arrivano da un’altra galassia.
Questo é uno dei migliori live album degli anni ’70, registrato alla perfezione e suonato con grande intensità da una band che non ha avuto la stessa fortuna di altre bands loro contemporanee.

After Midnight

Posted in Musica on febbraio 28th, 2015 by texo

20150226_201431Questa sera ho rovistato negli scaffali dei miei 33 giri per restituire al giradischi un disco sontuoso di un artista speciale troppo poco celebrato: J.J. Cale con il disco Naturally, registrato nel 1970, che racchiude alcuni brani che hanno fatto la fortuna di artisti riveritissimi e celebratissimi come Eric Clapton e Lynyrd Skynyrd. Casa mia, col camino acceso di sera e il disco che gira sul piatto, luce bassa e Convalmore del 1975 nel bicchiere, ha un’atmosfera unica con le note di After Midnight.

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Into the pandemonium

Posted in Musica on febbraio 6th, 2015 by texo

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Una piccola nota la merita un brano leggendario che ho ascoltato questa mattina scendendo in auto verso la città. Avvolto nella nebbia ancora scura della prima mattina facevo headbanging con le martellate pesanti dei Celtic Frost. Che brano pesante, cementificato, tutto d’un pezzo!

Inner Sanctum dall’album Into The Pandemonium del 1987

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Rosetta – Philae

Posted in Viaggio on novembre 12th, 2014 by texo

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Zurigo – Mendrisio – Milano

Posted in Musica on ottobre 30th, 2014 by texo

Questo pomeriggio è cominciata la mia piccola maratona di concerti che si concluderà a Milano lunedì prossimo con gli Opeth all’ Alcatraz. Se il finale sarà dunque pirotecnico anche questa sera però comincio con il botto qui alla Gessneralle di Zurigo con Brad Mehldau e Chris Thile, pianoforte jazz assai versatile e contaminato e mandolino bluegrass in origine che oggi può suonare qualsiasi cosa la mente umana riesca ad immaginare. Due talenti immensi che assieme non possono che fare scintille. Grande serata dunque. In modalità e formazioni diverse li ascolto entrambi da diversi anni, Mehldau con Metheny dapprima e da solista poi con le sue strabilianti reinterpretazioni (quella dei Radiohed mi é rimasta veramente impressa) poi, guarda il caso, anche Thile si è confrontato con la band di Thom Yorke cantando i Radiohead con i Punch Brothers. I Radiohead non potranno dunque mancare nella scaletta di questa sera. Si comincia nel migliore dei modi con Thile che canta Scarlet Town di Gillian Welch, una canzone meravigliosa che apre l’ultimo album della regina della “roots music”. Poi si passa da Fiona Apple (Fast As You Can) a Elliott Smith alternate a diverse composizioni di Mehldau. Il duo si diverte poi con un medley che Brad e Chris definiscono “Bluegrass meets Bebop” e la serata si conclude con due bis: Don’t Think Twice, It’s All Right di Bob Dylan e come da previsione l’ultimo pezzo é Knives Out degli Radiohead che conclude una serata perfetta.

Ora sono a Mendrisio, sto gustando un’ottima Pale Ale del microbirrificio MoMo con un pezzo di formaggio forte tipo Roquefort piccante e salato. Sposa alla perfezione con questa birra. Tra poco meno di un ora assisterò al concerto dei Krüger Brothers che già vidi qualche anno fa ad Altdorf nel canto Uri. Questa band svizzera trapiantata in North Carolina é una delle espressioni più autentiche, autorevoli e consolidate della musica bluegrass. Jens Kruger fa già parte dei gradissimi banjoist mondiali. Il suo tocco unico, delicato e dinamicissimo lo pone facilmente in una categoria a se, in compagnia di pochissimi altri. Il suo nome viene spesso accostato a quello di Bela Fleck per la capacità di portare questo strumento della tradizione bluegrass e irlandese in territori inconsueti. Jens Krüger pizzica le corde del suo banjo con una sensibilità da musicista classico.
Questa sera a Mendrisio ho fatto un bel viaggio nel blues, nel jazz, nel country, nella musica da camera e nella musica epica del west americano.

Ieri sera infine il concerto degli Opeth all’Alcatraz di Milano che mi ha veramente gratificato e mi ha fornito la giusta dose di rumore complesso dopo due concerti all’insegna della musica acustica.

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Thursky Natural Cask Strength Whisky

Posted in Whisky on settembre 26th, 2014 by texo

In fin dei conti il fatto che si beva del whisky prodotto da una distilleria chiusa da anni, o ancora meglio, demolita, crea un curioso senso di soddisfazione ed é innegabile che ci si senta privilegiati a poter assaggiare del whisky che in ogni caso, col passare degli anni, diventerà sempre più esclusivo, caro e irreperibile. Non posso negare che a volte subentri anche  una certa mania di collezionismo che però ho sempre cercato di frenare, castrandola sin da subito con l’assaggio, che, invero, toglie immediatamente ogni bottiglia che viene stappata dallo stato di oggetto da collezionismo. La storia del whisky scozzese ha visto scomparire un folto gruppo di distillerie che producevano whisky pregiati e apprezzati (Port Ellen, Brora, North Port, Coleburn, Convalmore, Linlithgow, Banff, Glenlochy, Glenugie, Glenury per citarne alcune).
Mi procura sempre un’incredibile soddisfazione ogni nuova bottiglia di Port Ellen che riesco a scovare o qualche bottiglia superstite di Rare Malt della Diageo.

Questa premessa mi serve per dire che infine anche la Svizzera ha la sua distilleria chiusa che produsse in passato un ottimo whisky che ottenne 93 punti tondi tondi sulla Whisky Bible di Jim Murray. Sto parlando della Distillerie Egnach, sulle rive del lago di Cosatanza che nei primi anni del terzo millenio produsse un ottimo whisky con un nome piuttosto imbecille a dire il vero, il Thursky, cioé il whisky prodotto nel canton Thurgau. Il loro motto era: “Thursky, Der Echte Thurgauer Single Malt Whisky“. Qualche anno fa scrissi che mi trovavo di fronte ad un whisky in via di estinzione probabilmente. Alcuni rivenditori di whisky avevano ancora in magazzino qualche bottiglia di Thursky nel 2007 / 2008. Poi nel 2011 mi contattò un appassionato di whisky slovacco che di nome faceva proprio Thursky. Mi chiese come poteva comprare la bottiglia di whisky della Distillerie Egnach che avrebbe sicuramente fatto un bel figurone nella sua bacheca di malti. Mi ripromisi di aiutarlo e cominciai la ricerca. Allora facevo spesso delle spedizioni attraverso tutta la Svizzera centrale alla ricerca di ogni bottiglia reperibile di whisky svizzero. Passai al setaccio tutta la costa del lago di Zurigo, il canton San Gallo, Svitto, Berna, Soletta, Appenzello. Mi godevo alla grande questi viaggi dai quali non tornavo mai a mani vuote. Di Thursky però nessuna traccia. Le ultime bottiglie disponibili online erano già state vendute tutte da tempo e i pochi altri rivenditori di cui avevo informazioni non ne avevano più. Basta dunque, il discorso Thursky sembrava essere chiuso.

Sembrava…

Ho scoperto non più di una settimana fa che del nuovo Thursky é appena riemerso dall’oblio dopo un letargo durato 12 anni in tre botti ex-Sherry Oloroso. Un lotto di 899 bottiglie che compongono l’edizione finale di questo whisky prodotto dal Master Distiller Ernst Häberlin. La differenza con il Thursky classico risiede oltre che nella maturazione più lunga anche nella gradazione. Il primo Thursky era imbottigliato a 40% Vol. mentre qui si é scelta la gradazione della botte con 52% di volume d’alcol.

ThurskyLo scettro del whisky svizzerò più vecchio é dunque passato di nuovo di mano. Il vecchio record era detenuto dall’Öufi Swiss Single Malt con 11 anni di maturazione davanti al Bergsturz di 10 anni.
Il Thursky Natural Cask Strength Whisky, 12 Years – Final Edition é ora il whisky svizzero più vecchio ma questo record é destinato ad essere battuto, chissà, magari da un altro Thursky tenuto segretamente prigioniero in qualche cantina svizzera. A dire il vero mi aspetto grandi cose per i prossimi anni dalla distilleria Locher in Appenzello. Hanno sicuramente riserve di whisky più consistenti e negli ultimi anni hanno cominciato a produrre diversi whisky con maturazioni interessanti. Il Säntis Alpstein Edition con 5 anni e Säntis Malt Cask 1144 con 8 anni sono un segnale incoraggiante. Sono oramai passati gli anni in cui chi produceva whisky in Svizzera si accontentava di raggiungere la maturazione di 3 anni per allinearsi alle norme scozzesi (presumo). Oggi le punte di diamante della produzione elvetica hanno alle spalle più di 10 anni d’esperienza e i più lungimiranti anche scorte altrettanto vecchie.

Intanto ascolto un magnifico trio, Haas Kowert Tice. American roots potrebbe essere definita la loro musica, potrei anche dire bluegrass ma sarebbe forse meno appropriato. Brittany Haas (violino) arriva dai Crooked Still, Paul Kowert (double bass) suona con il supergruppo dei Punch Brothers e Jordan Tice (chitarra) ha suonato in diverse formazioni bluegrass oltre a pubblicare la sua propria musica come solista.

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La Scozia mi chiama

Posted in Musica, Whisky on settembre 17th, 2014 by texo

L’ultima volta che andai in Scozia, poco prima di raggiungere le isole Orcadi, mi accaddero un paio di piccole catastrofi. La prima fu difficile da digerire. Uno dei motivi che mi avevano spinto in Scozia era l’idea di scattare panoramiche in ogni distilleria che avrei visitato ma quando distrussi la Nikon D70, che in mezzo ad un morbido prato un po’ muschiato cadde sull’unica pietra presente andando in frantumi, mi venne una fitta al cuore. Ero al culmine del mio giro in Scozia, ad un paio di giorni dalla visita alla Highland Park Distillery, e non avevo più una macchina fotografica per scattare le panoramiche.

L’altro mio passatempo quando viaggio é quello di scrivere su questo blog e giunto a Gills, da dove partono i ferries per le Isole Orcadi, avevo terminato di scrivere l’ultima porzione di un mega-post epico che mi apprestavo a pubblicare sul blog con le impressioni che avevo raccolto durante tutta la settimana di viaggio. Stavo utilizzando la versione per iPhone di WordPress e senza rendermene conto cancellai tutto senza alcuna possibilità di recuperare quanto avevo scritto con fatica.

La sfiga stava perseguitandomi.

La visita a Kirkwall e soprattutto alla Highland Park Distillery furono grandi momenti di gioia orzo-maltata. Comperai il loro New Make Spirit e qualche gadget.
Poche distillerie hanno stock sufficienti per produrre annualmente una linea di whisky invecchiato 40 anni. Highland Park realizza una bottiglia da 70cl con un prezzo assolutamente proibitivo che si aggira attorno alle 1500 £. Vendono però una sorprendente miniatura con tanto di scatola in legno con cerniere metalliche a 75 £. Anch’essa una follia ma non resisto alla tentazione.

Allora, con la rabbia per i due incidenti occorsi ne parlai velocemente ma non pubblicai nessuna foto di questa miniatura e mi ripromisi di farlo in seguito. Oggi pongo rimedio.
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2014-09-16-18.33.2320140916_182941_AndroidIntanto sto ascoltando Swarm di Atomic Ape, la band nata da uno scostolamento degli Orange Tulip Conspiracy del chitarrista Jason Schimmel. C’é anche Trey Spruance (Secret Chiefs 3, Mr. Bungle).

Come con gli OTC anche questo disco offre un misterioso viaggio attreverso una miriade di stili e influenze, jazz, medio orientale, balcanica, greca, est-europea, prog rock, big band, punk e eccletticismo a profusione per chi non si stanca mai di niente e ha sempre voglia di qualcosa di nuovo, di una sorpresa e del cioccolato.

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Per le strade di San Francisco

Posted in Viaggio on settembre 16th, 2014 by texo

Il primo pezzo di carta che trova posto nelle mie tasce ogni volta che arrivo a San Francisco é sempre lo stesso. Poi con il passare delle ore si spiegazza, si lacera e spesso si distrugge.
In verità potrebbe anche non servire, conosco la città abbastanza bene. Ma quando non ti ricordi se Post St. viene prima o dopo Sutter St. o se per andare a Haight Ashbury col Muni devi scendere a Duboce Park oppure a Cole St. questa mappa diventa irrinunciabile come una pizza da Escape from NY e una visita ad Amoeba Records.

San-Fran

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