Qatrak

Posted in Delirio on aprile 29th, 2010 by texo

Mi trovo presso una specie di campeggio dedicato all’insegnamento delle tecniche di sopravvivenza. Siamo una ventina di partecipanti tutti vestiti di bianco. Non so come ci sono arrivato né so esattamente dove sono. La mia unica certezza é che si tratta di un corso di sopravvivenza.

Siamo tutti occupati a portare a termine una strana prova che consiste nel disporre sul terreno secondo delle particolari simmetrie delle lunghe strisce di plastica bianca. Siamo tutti concentrati mentre facciamo attenzione a non calpestare il lavoro fatto dagli altri. Ora alcuni camminano sull’erba srotolando grosse bobine di plastica mentre altri, e io faccio parte di questo secondo gruppo, raccolgono la plastica srotolata. Siamo i raccoglitori e tiriamo su la plastica a pezzi. La buona riuscita dell’esercizio dipende dalla quantità di plastica raccolta e determina un bilancio ecologico positivo per se stessi.

In questa fase del corso io sono ampiamente superato da tutti gli altri partecipanti. Non mi sembra di fare meno degli altri ma tutti hanno ottenuto punteggi più alti del mio.

Sarà l’ultima prova a decidere chi avrà superato il corso di sopravvivenza.

Ebbene l’ultima prova consiste nell’uccisione e successiva macellazione di un animale. I nostri ispettori ci indicano che una pecora sta placidamente brucando l’erba sul terreno di gara e qualcuno di noi adesso dovrebbe prenderla, sgozzarla, scuoiarla e ripulirla per bene. Nessuno si offre volontario, sono tutti abbastanza inorriditi anche solo all’idea e dunque deve intervenire un ispettore di gara che con una accettata ben piazzata taglia di netto la testa china della pecora che stramazza al suolo. Tutti spaventati si fanno da parte mentre l’animale viene aperto. Io sono abbastanza lontano e vedo solo un mucchio informe di pelo, sangue e interiora.

la gara volge al termine e io sono rassegnato ad occupare una delle ultime posizioni di una strana classifica la cui logica ora mi sfugge.

Sconsolato passeggio per il campo di gara quando con la coda dell’occhio intercetto uno strano movimento a terra alla mia sinistra. Mi giro e vedo uno strano animale che procede lento. Sembra un orsetto lavatore ma senza testa, grigio e piuttosto setoloso. Dall’alto non vedo quasi le gambe ma una pancia voluminosa che gli spunta su quella che dovrebbe essere la schiena, come un monticello rotondo.

Un Qatrak potrebbe assomigliare a questo mio lavoro di Photoshop

E’ un Qatrak” mi dice un ispettore che mi stava tenendo d’occhio “Dai, fallo fuori.”

Mi abbasso verso questo strano pallone che si muove e gli pianto un coltello nella pancia, a mezza altezza. Il Qatrak si ferma. Non emette nessun rumore – strano – non geme, non si lamenta e non si dimena. Sta solo fermo. Che sia già morto?

Col coltello ancora piantato in questa pancia dorsale comincio a tagliare tutt’intorno. Faccio il giro completo e sento che questa calotta di carne sta per staccarsi. Appoggio il coltello, la prendo con due mani e la strappo dal corpo, la giro verso di me in modo da vederne l’interno. Ora questo pezzo di carne comincia a muoversi nervosamente, come un cuore in fibrillazione. Ci infilo detro una mano e estraggo un bel tocco di carne che ancora si muove e comincio a divorarlo con appetito. Getto nuovamente lo sguardo dentro questa pancia aperta che si muove e vedo un pezzo di granito rettangolare di una decina di centimetri perfettamente pulito e asciutto. Lo estraggo, mi giro verso  l’ispettore che osservava da qualche minuto ogni mia mossa con attenzione, e  sorridendo, alzo il braccio  in alto mostrando a tutti il pezzo di granito. Il sangue ancora mi cola ai lati della bocca e la mia maglietta bianca é tutta insanguinata.

Sto li fermo, orgoglioso, col braccio alzato in segno di vittoria.

Ecco signori, questo ho sognato la notte passata… Sono veramente oroglioso dei miei sogni.

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Stranger With A Camera

Posted in Musica, Viaggio on aprile 28th, 2010 by texo

Sto  visionando un interessantissimo documentario, acquistato in DVD da Appalshop, un entità culturale interamente dedicata alla promozione della cultura dell’ Appalachia in tutte le sue sfaccettature. Stranger with a Camera il titolo. Si investigano il clima e le ragioni che portarono all’assassinio del regista canadese Hugh O’Connor che alla fine degli anni sessanta girava con la sua troupe tra le montagne dell’Eastern Kentucky per documentare la miseria e la povertà estrema in cui vivevano gli abitanti dei monti Appalachi. Con le parole della regista Elizabeth Barret, si cerca di capire la scollatura che c’é tra la percezione che ha di se la gente degli Appalachi e la rappresentazione che di essa fanno gli “stranieri”.

C’ é un’ innegabile attrazione per questi luoghi un po’ avvolti nel mistero. Negli anni si é creata un’attenzione a cavallo tra vero interesse e curiosità un po’ morbosa per l’Appalachia e i suoi abitanti. In passato si é probabilmente insistito un po’ troppo sulla raffigurazione della povertà di questa regione montagnosa che in pratica  attraversa tutta la costa est degli Stati Uniti d’America, dai confini col Canada fino al nord dell’Alabama. Il cinema e la televisione hanno pure contribuito a far crescere tutta una serie di stereotipi legati alla vita degli abitanti di queste montagne, dalla produzione clandestina di Moonshine ai comportamenti violenti della gente.

A margine di questa difficile situazione é stato probabilmente molto complicato parlare di questi luoghi con obbiettività. L’esercizio diventa ancora più difficile se lo si fa da stranieri. Probabilmente non é stato facile nemmeno facendo parte di questa grande comunità; Elisabeth Barret é nata e cresciuta nella regione ma la realizzazione di questo documentario, mettendola di fronte ai ricordi di quell’assassinio, ha fatto nascere in lei la necessità di investigare questo incidente che riflette un “lato oscuro ” dell’Applachia.

mp3: Stranger With A Camera

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Viaggio nell’immaginario

Posted in Viaggio on aprile 21st, 2010 by texo

Azz, ma che voglia di Route 66… In questo istante, mi é arrivata tutta d’un tratto. Stavo esaminando le statistiche legate alla mia pagina di panoramiche scattate la scorsa estate e pare che questo pomeriggio qualcuno in Canada si sia lasciato trasportare dalle mie fotografie. Mentre controllo quelle visitate mi assale la nostalgia per questa strada che merita sicuramente una seconda visita.


Old filling Station, Glenrio, on the Texas/New Mexico state line in USA

E’ quasi indescrivibile il mio stato d’animo in questo istante. Cerco di ricordarmi qualche momento di questo mio magnifico viaggio e allora comincio con il primo approccio alla strada madre. Sono su, in alto, nell’ angolo nord-orientale dell’Oklahoma e  mi appresto ad attraversare, nel primo pomeriggio di una tipica giornata di piena estate, una cittadina nel cuore del midwest americano che sembra uscita da un film girato 60 anni fa. Miami, OK. Niente a che vedere con la più celebre città sulla costa est della Florida, solo una strada dritta, larghissima, che sale leggermente attraversando questa cittadina che nella mia memoria sembra il set di “Happy Days” di fonzarelliana memoria. Io sono abbastanza imbambolato in questo istante e procedo lentamente con la mia Toyota anche se vorrei essere al volante di una chevy degli anni cinquanta. I semafori penzolano agli incroci delle strade, appesi ai tiranti tesi tra gli edifici che la costeggiano. Incroci enormi per un traffico oramai inesistente. Faccio un veloce esercizio mentale e cerco di immaginarmi tutta la città mezzo secolo fa. Sul sedile di fianco al mio ci sono le mappe aperte di quest’angolo d’America e il mio navigatore con i percorsi storici mi ricorda che sto attraversando la Historic Route 66. Il mio procedere é ora abbastanza solenne. Esco da Miami e ponendo una fiducia incondizionata nel navigatore satellitare imbocco una strada sterrata che devia perpendicolarmente dalla strada principale e mi getta in piena campagna piatta, arsa dal sole, impolverata, sterminata. Sto viaggiando anche nel mio immaginario in questo momento. Non é solo una strada quella che sto percorrendo, é anche uno stato d’animo, un miraggio, un viaggio sognato mille volte, un emozione immaginata prima dei miei vent’anni, quando c’era questo futuro che era un sogno, un’aspirazione, una cosa che avrei fatto se fossi stato mitico. Quando ero giovane e passeggiavo un po’ trasognante per le strade della mia città avevo in testa questa immagine. Cazzo se ce l’avevo! Non l’avevo mai vista, l’avevo solo immaginata. Era il mio paradiso mentale, il mio stato di pace. Quando immaginavo di essere sereno immaginavo questa realtà a mezza strada tra cinema e musica, una realtà che avevo creato col tempo, che si era costruita nella mia testa con brandelli di musica, spezzoni di film e libri letti. Un pastone emotivo che in questo momento sto  rivivendo. Non sono sicuro di rendere bene l’idea, ma adesso mi ricordo che intorno ai miei diciott’anni stavo  seduto in camera a casa mia, ipnotizzato dalla copertina di Nuthin’ Fancy dei Lynyrd Skynyrd, anzi, il retro della copertina con i sette di Jacksonville che camminano lungo una strada di campagna a Green Cove Springs, in Florida, vicino alla Hell House, il loro studiolo per le ripetizioni e io mi immaginavo di essere li mentre ascoltavo le note di quel fantastico disco.

Anche se sicuramente non ha niente a che vedere con i Lynyrd io adesso mi sento nella copertina di quel disco, ci sono dentro, la sto vivendo, cazzo! In aperta campagna alle 2 del pomeriggio immerso nel silenzio di questa pianura al centro del Nord America mentre sollevo un gran polverone attraversando questa stradina a corsia unica senza una vera meta, diretto esclusivamente nei miei pensieri. Sembra che io abbia preso questa strada solo per viaggiare nel mio immaginario, per sollecitare quei formidabili pensieri  che avevo a diciotto anni.

Che voglia di Route 66…

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Jazz Afternoon

Posted in Musica on aprile 18th, 2010 by texo

Oggi é un jazz afternoon quasi perfetto. Nebbia e pioggia fuori, tutto grigio con la pioggia che scende sottile. Ho appena terminato la  mia spigola spruzzata di limone e accompagnata da qualche patata lessa. Il camino é ancora acceso e l’Europa é avvolta da una nube di cenere. Bellissima parola – cenere -  me la sto ripetendo in testa, suona benissimo.

Sto ascoltando un inconsueto John Scofield totalmente acustico, dall’ album Quiet per prepararmi al concerto di questo tardo pomeriggio. Intanto dopo aver chiuso il capitolo pranzo con un sorso di Ardbeg Rollercoaster mi offro un dessert dolce con la complicità di un Bourbon che ancora devo scegliere.

 

After The Fact

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Poi alle 17 e 30 arriva il concerto di Scofield.

Assisto completamente ipnotizzato per tutta la durata del concerto.

Non é che la sua musica abbia questo effetto sulla mia mente. Anzi tutt’altro. Sembro ipnotizzato per il fatto  che, come sempre capita quando lo ascolto, mi sorprendo tutto concentrato nel vano tentativo di capire la meccanica dei suoi soli, le sue pause, i suoi attacchi ritardati e tutte le sue grandi intuizioni melodiche. Ecco, questo é l’esercizio che mi ha visto assorto e attentissimo durante tutto il concerto con qualche breve pausa che mi ha permesso di catturare qualche immagine.

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Wurlitzer

Posted in Whisky on aprile 15th, 2010 by texo

Porcaputtana com’é tutto giallo in questo momento. “Vaya Con Dios” canta Mary Ford sulla chitarra di Lester Paul, al secolo Les Paul, si proprio quel Les Paul. Un raggio di sole entra obliquo, abbastanza caldo dalla finestra in questa sera di primavera dell’anno 2010 (ancora fatico a scriverlo correttamente). Sto fissando una parete di questa camera ed é come se vivessi in un JukeBox degli anni 50 adesso. Casa mia suona come un Wurlitzer con le bollicine. Pazzesco! Ci vorrebbe un hamburger questa sera ma non posso, cazzo. Sono prigioniero del tofu, dell’insalata e dei cibi bio in generale. Ma che cazzo di dieta sto seguendo? Ma é bellissimo questo sole obliquo! Un giallo fatto solo per disegnare i muri e le cose. Questo é un sole estremamente vecchio. Quello che picchia sui muri della mia camera  é un sole vecchissimo. Si porta dietro tutta questa musica e questa atmosfera rarefatta da vacanza anni 50, con famiglia e cane al seguito, tutti pigiati in una station wagon con pannelli di legno ai lati mentre si percorre la Route 66 alla ricerca di un bel motel.

Domenica 11 aprirle e questa mattina nevicava furiosamente quassù a casa mia. Oggi ho trascorso una sana giornata all’insegna del giardino. Ho trasportato 10 quintali di legna a braccia, ho estirpato e trapiantato piante e ora giaccio come una merda, tutto dolorante. Non posso che offrirmi un nuovo entusiasmante assaggio. E’ finalmente giunto a casa mia un altro whiskey al quale do la caccia da un po’ di tempo. Sto assaggiando lo Stranahan’s Colorado Whiskey Batch 20, Alc./Vol. 47. Il primo whiskey prodotto in Colorado e già ampiamente incensato dal mondo del whisky. Prodotto con orzo delle Rocky Mountains questo é un whiskey di malto che si sposta dunque dalla tradizione americana focalizzata sul bourbon. Il gusto rimane comunque vincolato all’orbita bourbon. Sarà pure prodotto in Colorado ma il gusto mi trasporta immediatamente in Kentucky. Dolce, denso, zucchero caramellato, banana e vaniglia sono i sapori dominanti di questo giovanissimo whisky: da un minimo di 2 fino a 5 anni. Sembra decisamente più vecchio degli anni che porta e si tratta di uno di quei whisky per i quali un assaggio non é abbastanza. Questa é sicuramente una pregevolissima produzione che mostra come le piccole distillerie oggi possano competere con i più grandi protagonisti del mercato: puntando sulla qualità si vince sempre.

La Scozia é da un’altra parte ma qualcosa in questo whisky la richiama inequivocabilmente. Sono sempre stato piuttosto scettico nei confronti di whisky troppo giovani e  anche se molte piccole distillerie si trovano nell’urgenza di produrre  whisky molto giovani per  cominciare a coprire le spese degli investimenti iniziali, in questo caso  lo Stranahan’s non ha bisogno di altro tempo. E’ perfetto così! Incredibile. Solo due anni e  qui c’é già tutto.

L’etichetta riporta una nota scritta a mano: “listening to Emmett Miller

Mi piace l’idea che presso la distilleria ci si senta in dovere di comunicare che si ascolta una certa musica mentre si prepara la mia bottiglia.

Io, d’altro canto, ascolto quasi sempre musica mentre assaggio un whisky e quindi vi dico che Going, Going Gone cantata da Robin & Linda Williams é la mia scelta in questo momento ed é facilissimo immaginarmi da qualche parte sui monti appalachi con i prati che trasudano odore di verde  in un quadro che si completa se mi immagino Rosco Holcomb vecchissimo, senza denti che si lamenta col suo banjo, seduto sulla sua veranda.

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