Bishop

Posted in Deserto, Musica on ottobre 13th, 2008 by texo
Qualche settimana fa il mio amico Enrico scriveva che non si é mai amata veramente la musica se non ci si é immersi, un giorno o l’altro negli oramai lontani anni 80, nella preparazione di un mixtape. Non c’entra molto con ciò che sto per scrivere ma in ogni caso lo dico: non si può amare veramente la California senza aver amato le magiche armonie dei CSN. Impossibile! Credetemi! Come fai ad andare in California senza avere in testa le melodie di Wooden Ships, o le armonie di Tamalpais High? Impossibile. Per me si tratta di un esercizio impossibile. Un po’ come visitare N.Y.C. e il suo Greenwich Village senza pensare a tutto il Folk e il Jazz che li si é suonato.
Ma quante cazzo di volte sono stato a San Francisco?

mp3: Isadora Lane

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Ora siamo a Bishop e sono felice quando arrivano le chips di mais e la salsa in questa tavola calda messicana. E’ anche arrivato un sontuoso burger, enorme, traboccante di grasso. Ciò di cui ho assolutamente voglia in questo momento. Con un paio di cetrioli, qualche foglia d’insalata e due fette di pomodoro. Il tutto annaffiato da una fresca Tecate. Degli orrendi quadri adornano le pareti di questo locale in cui siamo i soli clienti. Una waitress messicana ci guarda incuriosita, sorridendo poi ci porta altra acqua. Le strade di Bishop sono tranquille in questo pomeriggio caldo. Una Harley tutta cromata passa rombando mentre io quasi imbambolato la seguo con lo sguardo per tutta la strada.

mp3: Discesa

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4:47

Posted in Deserto on ottobre 6th, 2008 by texo

mp3: Gamcem

Ora ricordo quella mattina quando ci svegliammo alle 04:47. Martedì. Con l’orologio biologico ancora stravolto dal volo fu impossibile riaddormentarsi. Avevamo attraversato l’oceano per cercare un viaggio diverso, che a grandi linee avevamo già disegnato nelle nostre intenzioni. Arrivammo nel Sud Ovest degli Stati Uniti con l’intenzione di cercare la solitudine dei deserti, di uscire dai percorsi classici. Volevamo panorami mozzafiato, distese immense, birre celebrative, whiskey celebrativi e viaggi interminabili. Stade da percorrere sotto il sole da mattina a sera.

Tutto comincia con un clamoroso inconveniente. Siamo entrambi senza bagagli. Tutto é andato perduto tra Milano, Parigi e San Francisco probabilmente a causa di un ritardo dovuto alla nebbia che ci fa perdere la coincidenza a Parigi e ci costringe a dormire una notte a Roissy. Abbiamo solo gli abiti che indossiamo e cominciano ad essere imbarazzanti. Io francamente puzzo già di merda. Pat non so, ma forse pure lui. Nel paese degli acquisti (in senso lato) arriviamo di domenica e non c’é verso di trovare un ricambio completo. Ci arrendiamo allo sporco anche se in extremis compriamo in una farmacia di San Bruno dentifricio, spazzolino, e delle orrende magliette con con la scritta “San Francisco”, destinate sicuramente ad un mercato di ottuagenari morenti.
Ieri sera camminavamo per le vie deserte di Roissy (esiste questa cittadina a lato dell’aeroporto di Parigi. Qui in USA la chiamerebbero una “living ghost town”). Vivo questa serata come una delle più surreali della mia vita. Io e Pat siamo completamente persi in un altra dimensione mentre cerchiamo quasi disperatamente dei segni tangibili di vita in questo soleggiato pomeriggio da fine del mondo. Anzi , il mondo é già terminato e come nella “Nube Purpurea” di Matthew Shiel, siamo in giro a zonzo ma non c’é nessuno. Sono tutti morti. Solo tornando in albergo riaquistiamo la percezione dell’umanità che però perdiamo di nuovo dopo cena quando ci permettiamo del Cognac sopraffino che arrotonda per bene i nostri prodigiosi cervelli messi a dura prova durante questo bizzarro pomeriggio.
Ma torniamo a Martedì. Siamo in un motel molto “cheap” a Merced, la “porta del Yosemite”. Ieri ancora un tentativo di recupero dei bagagli all’aeroporto di San Francisco andato a puttane. I miei ricompaiono, ma quelli di Pat sembrano scomparsi per sempre.”Why are you here?” ci dice una responsabile del ritiro bagagli di Air France con un inglese irrimediabilmente compromesso da uno sgradevole accento francese. “I told you not to come”. L’avevamo già dovuta sopportare il giorno prima, al nostro arrivo. “We will call you when the luggage arrives”. Decidiamo lo stesso di partire per il nostro viaggio.

E’ veramente molto presto. L’orologio digitale lampeggia: 04:47 – 04:47 – 04:47 – 04:47 – 04:48. Con una mano sollevo la tenda per vedere fuori. Le prime luci dell’alba fanno capolino. Adoro questi momenti. Un paio di pickup sono parcheggiati qua fuori. Non c’erano ieri sera quando siamo arrivati. Siamo svegli e decidiamo senza indugio di partire. Impacchettiamo la nostra roba, anzi lo faccio solo io perché Pat non ha niente con se tranne spazzolino e dentifricio. Saltiamo in auto e andiamo a cercarci un caffé e qualcosa da mangiare da un benzinaio. Ripartiamo immediatamente dopo e beviamo “on the road” come si conviene. Le strade sono ancora deserte e buie. Attraversiamo tutta Merced ed imbocchiamo la 140 che ci porterà dritti a Mariposa, verso il Yosemite Park, arrampicandoci su per la Sierra Nevada. Stiamo correndo lungo questa strada di campagna che comincia ad illuminarsi. E’ tutto giallo d’erba secca, arsa dal sole con la radio che manda “Going to California”! Non sembra vero. Vedo girare le pale delle”windpumps” che costeggiano questa magnifica strada che ci porterà sulle maestose montagne di roccia del Yosemite.
Attendo il Yosemite ma in verità non vedo l’ora di attraversare il Tioga Pass per cominciare la lunga discesa che mi farà scavalcare la Sierra per scendere verso Bishop, alle porte della Valle della Morte.
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California

Posted in California, Deserto on ottobre 3rd, 2008 by texo

Direi che é finalmente giunto il momento di parlare di California. Non avrei neanche bisogno di pensarla. In fondo mi basterebbe ascoltare una qualsiasi canzone di Crosby, Stills & Nash per calarmi immediatamente nella sua atmosfera. Dai deserti del sud alle montagne della Sierra Nevada, dai boschi di sequoie alle fresche spiagge del nord, dalle colline di San Francisco alle strade vuote di Salton City. Stiamo rientrando a San Francisco da nord. Stiamo scendendo da Vallejo e tra un po’ attraverseremo il San Rafael Bridge. Il sole sta tramontando. Un serpente di luci rosse ci corre davanti. Io sto pensando che questa sera cenerò da qualche parte a Chinatown in un ristorante cinese nascosto in qualche viottolo e poi andrò a cercarmi una buona birra alla San Francisco Brewing Company in Columbus Avenue.

In questo momento le note di Old Man di Neil Young stanno dando un senso alle immagini che scorrono davanti ai miei occhi. Vedo passare veloci, autorimesse, recinti, verande, case basse, edifici commerciali, palme, cani randagi, auto sgangherate e barboni. Tutto colorato di arancione dal sole basso. Le colline sono bruciate, non c’é il verde. Un senso di pace totale mi avvolge. Mi sento parte del paesaggio.
Entriamo a San Francisco seguendo la 101 fino alla svolta in Van Ness Ave. che percorriamo fino all’incrocio con Bush St. che ci conduce in centro. Troviamo una pensione che fa al caso nostro. Scarichiamo felici le nostre borse e percorriamo i corridoi ricoperti da uno spesso tappeto dall’inequivocabile puzzo di merda sotto il quale scricchiola il pavimento di legno. La camera, dal sapore antico, é stata imbiancata di recente. Un folto gruppo di bonzi tibetani cammina veloce ma a passi brevissimi. Forse non toccano nemmeno terra. Scendiamo in strada e prendiamo la direzione di North Beach. Benediciamo barboni e puttane prima di alleggerire le nostre menti con un buon Bourbon. Il cielo é ora coperto dalla solita nebbia bassa che sale fredda dal Pacifico. Le luci della città la colorano di arancione. Cerco di capire se i sigari che mi sta vendendo un tizio, siano veramente cubani come lui pretende. Li sto già gustando con gli occhi. Quasi non mi importa che siano buoni. Più tardi saranno indispensabili quando sarà notte fonda e io sarò appoggiato alle sponde di legno di qualche pontile, giù alla baia, cercando di stare in piedi, inspirando a pieni polmoni l’aria salmastra dell’oceano. Scruterò le luci dall’altra parte della baia, Sausalito, Richmond, Berkeley.Abbiamo cenato in un piccolo e luminosissimo ristorante a China Town e ora di fianco a me un pescatore di granchi cinese getta le sue nasse nel buio sotto il pontile. Dal molo 39 arrivano i discorsi ingarbugliati dei “sea lions”. Sorrido con le palpebre semi-chiuse e tiro una sontuosa boccata di sigaro pseudo-cubano. Butto fuori il fumo che tento di seguire in aria mentre si perde salendo. Penso all’odore dell’aria. “Ma ha un altro odore l’aria da queste parti?” Mi voglio godere questo istante insignificante. Mi concentro e mi dico che dovrò ricordarmi per tutta la vita che questo momento merita di essere ricordato. Non sta accadendo niente e dunque voglio che questo istante, altrimenti destinato all’oblio, mi regali una manciata di ricordi in più. Penso a domani mattina. Penso al VIAGGIO.
Rientriamo barcollanti alla nostra pensione. Per strada incontro un bel ventaglio di umanità diseredata e senza volerlo il mio sguardo passa dalle persone sdraiate al bordo della strada ai rifiuti buttati negli angoli, incrostati nelle pieghe della strada, accatastati nei viottoli.

Adesso si dorme. Domani si vedrà…

mp3: Burn The Book

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